Nome

Presentiamo una breve nota sull'origine del nome del "Centro", al fine di fugare ogni possibile e risibile dubbio sulla natura delle nostre attività. Da più parti, tuttavia, ci chiedono di non essere troppo seriosi. Ecco perché la scelta di un nome che può essere anche utile a provocare qualche sorriso. Ed in effetti in un epoca come la nostra, nella quale la cultura è a volte talmente seriosa da allontanare da essa stessa gli interessati di ogni età, che ben vengano sorrisi e doppi sensi.

 

Ma per adesso accontentiamoci di parlare del "Caffè" al quale il nome del nostro centro effettivamente vuole ispirarsi.

 

Pietro Verri

 

Cos'è questo Caffè ?

 

Dal giugno 1764 al maggio 1766 veniva pubblicato a Brescia, ogni dieci giorni, Il Caffè, un periodico modellato sullo Spectator inglese. Vi collaborarono gli scittori più insigni dell'Illuminismo lombardo, trattando argomenti di economia, di letteratura, di medicina e di diritto.

 

In questa pagina, che costituisce l'articolo introduttivo del periodico, Pietro Verri, il direttore, illustra gli scopi e le ragioni del titolo. Il Caffè vuol essere un organo d'informazione e di cultura, aperto ad ogni contributo di pensiero e di sapere; nello stesso tempo vuol innestare la tradizione culturale italiana sul ceppo di quella d'oltralpe.

 

Nato come "aggradevole occupazione" dei collaboratori e con il fine di favorire la difusione delle idee fra i citadini, recando cosi un beneficio alla "Patria", prende il nome da una bottega di un cittadino greco, aperta in Milano, dove "si beve un Caffè, che merita il nome veramente di Caffè". Nella bottega, frequentata tra gli altri da un gruppo ben nutrito di intellettuali, è possibile trovare i principali giornali europei.

 

Queste circostanze favoriscono la creazione di una sorta di circolo culturale in cui si dibattono le idee, si discutono i problemi all'insegna di quella cultura moderna, tipica dello spirito illuministico e dell'Enciclopedismo.

 

Il Caffè vuol farsi portavoce di quelle dotte dispute e, naturalmente, non solo di esse.

 

Cos'è questo Caffè? È un foglio di stampa, che si pubblicherà ogni dieci giorni.

 

Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose disparatissime, cose indedite, cose fatte da diversi Autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità.

 

Va bene: ma con quale stile saranno scritti questi fogli? Con ogni stile, che non annoi.

 

E sin a quando fate voi conto di continuare quest'Opera? Insin a tanto che avranno spaccio. Se il Pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora, e in fine d'ogni anno dei trentasei fogli se ne farà un tomo di mole discreta: se poi il Pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa.

 

Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto? Il fine d'una aggradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene che possiamo alla nostra Patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri Cittadini, divertendoli, come già altrove fecero e Stele, e Swift, e Addison, e Pope ed altri.

 

Ma perché chiamate questi fogli il Caffè? Ve lo dirò ma andiamo a capo. Un Greco originario di Citera, isoletta riposta fra la Morea e Candia, mal soffrendo l'avvilimento, e la schiavitù, in cui i greci tutti vengon tenuti dacché gli Ottomani hanno conquistata quella Contrada, e conservando un animo antico malgrado l'educazione e gli esempi, son già tre anni che si risolvette d'abbandonare il suo paese: egli girò per diverse città commercianti, da noi dette le scale del Levante; egli vide le coste del Mar Rosso, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò parte delle sue merci in Caffè del più squisito che dare si possa al mondo; indi prese il partito di stabilirsi in Italia, e da Livorno sen venne a Milano, dove son già tre mesi ha aperta una bottega addobbata con richezza ed eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un Caffè, che merita il nome veramente di Caffè: Caffè vero verissimo di Levante, e profumato col legno d'Aloe che chiunque lo prova, quand'anche fosse l'uomo il più grave, l'uomo il più plumbeo della terra, bisogna che per necessità si risvegli, e almeno per una mezz'ora diventi uomo ragionevole. in essa bottega vi sono comodi sedili, vi si respira un'aria sempre tepida, e profumata che consola; la notte è illuminata, cosicché brilla in ogni parte l'iride negli specchi e ne' cristalli sospesi intorno le pareti, e inmezzo alla bottega; in essa bottega, che vuol leggere, trova sempre i fogli di Novelle Politiche, e quei di Colonia, e quei di Sciaffusa, e quei di Lugano, e vari altri; in essa bottega, chi vuol leggere, trova per suo uso e il Giornale Enciclopedico, e l'Estratto ella Leteratura Europea, e simili buone raccolte di Novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano Romani, Fiorentini, Genovesi, o Lombardi, ora sieno tutti presso a poco Europei; in essa bottega v'è di più un buon Atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove Politiche; in essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiacuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere, e tutt'i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d'averne già messi i ordine vari, così li do alle stampe col titolo Il Caffè, poché appunto son nati in una bottega di Caffè.

 

Estratto da:

 

G. di Giammarino, M.Ticconi, A misura d'uomo, 1983