Diciamoci la verità

Aggiornato il: 17 gen 2019

Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre

ma non potete ingannare tutti per sempre

(Abraham Lincoln)


Mussolini si affacciava dal balcone di Piazza Venezia. Berlusconi si accontentò del predellino di un’auto, ma entrò anche spesso nelle case degli italiani attraverso il piccolo schermo, in quanto proprietario di canali televisivi.


Ora come allora la politica continua a vivere di attenzione mediatica, anche se adesso cerca seguaci e consensi sui “social media”. Sono cambiati anche i contenuti. Come sostenevo nel mio ultimo articolo, oggi le regole della comunicazione politica sono state stravolte, assimilate sempre più al marketing. Non c’è neanche più bisogno di avere progetti, programmi, strategie; meglio non analizzare, né tanto meno risolvere i conflitti, la rabbia e i problemi quotidiani della gente. È più conveniente cavalcarli, accentuarli, condividerli, per poter “vendere” più dei concorrenti, avere più consenso, più followers, più “likes”. Oppure distrarre, creando magari anche finti problemi, per poi offrire soluzioni preconfezionate. Gli elettori ormai misurano i candidati non sulle loro idee o sui contenuti delle loro proposte, ma sul numero di utenti che li seguono sui social, sulla quantità di pollici alzati, cuoricini e retweet.


Ultimamente, per caldeggiare la propria causa e ottenere sempre più consensi, è in forte crescita il fenomeno delle “fake news”, delle notizie false fatte girare in rete da profili altrettanto falsi per influenzare l’opinione pubblica. La propaganda da tempo non viene più condotta solo dagli addetti ai lavori: sui social chiunque può postare e divulgare notizie, senza scrupoli per le fonti. Mentre i giornali hanno un codice etico da rispettare – solo gli iscritti all’albo dei giornalisti possono accedere alla professione - la rete è di tutti, non si richiede l’iscrizione ad albi professionali per diffondere notizie, vere o false che siano. Anzi, più la notizia è eclattante e scandalosa, più viene diffusa e diventa virale. Come dimostra l’inquietante caso del Russiagate, che ha colpito tanto l’America quanto l’Europa, non è così difficile creare e diffondere ad arte notizie false, “bufale”, che sviano chi non ha sufficienti basi culturali per poterle verificare.

Ma un politico che si fa eleggere sulla base di menzogne e falsità, anziché per i suoi programmi e meriti, non è come un medico che eserciti con una falsa laurea, senza aver mai studiato Medicina? Quale cura potrebbe avere un paziente da un siffatto medico?

E quindi, alla fine, quanto giova davvero la disinformazione al popolo? Sentire solo bugie al posto della verità? Una volta scoperchiato il fenomeno, non ci sarà prima o poi una crisi di rigetto e una ribellione? Abbiamo visto in passato casi di insurrezione e ribellione popolare, che hanno cambiato il corso della Storia, dalla Rivoluzione francese al Risorgimento italiano, alla liberazione dal Fascismo. Va bene, si dirà, ma quelle erano lotte per i diritti civili, per la libertà e per la democrazia. Ma non esiste libertà né democrazia senza “verità”. In democrazia i cittadini hanno più che mai bisogno di conoscere la verità, per non farsi ingannare e manipolare dalla propaganda, per poter scegliere e votare a ragion veduta. Non per nulla, i primi obiettivi da colpire per le dittature sono sempre state le scuole, i libri, i giornali, la cultura e l’informazione in generale. Nemmeno le fake news sono una novità di oggi. La Storia è sempre stata infarcita di manipolazioni della realtà.


Il fatto che la comunicazione sia uno dei diritti fondamentali da difendere, è dimostrato dalla sua evoluzione nel corso dei secoli, che ha seguito uno sviluppo parallelo a quello della libertà e della democrazia. Intanto, non è concepibile alcuna cultura senza comunicazione: comunicare è un bisogno fondamentale per molti esseri viventi in Natura, tanto più per gli uomini, che hanno sviluppato la propria civiltà sulla comunicazione. Come le società umane si sono evolute dalle prime comunità preistoriche alle moderne democrazie globali, così anche la comunicazione si è sviluppata in diverse direzioni, da quella individuale (singolo a singolo), a quella dal singolo (normalmente un’autorità) al gruppo, alla comunità, poi da gruppo a gruppo, ma anche dalla dimensione locale a quella globale, soprattutto grazie a invenzioni epocali come stampa, telegrafo, telefono e all’accelerazione tecnologica dell’ultimo secolo.

Non è un caso che l’Uomo abbia sentito tanto l’esigenza di comunicare sempre più e sempre meglio. Nella comunicazione si sono succedute quattro tipi di culture, nell'arco di seimila anni: la cultura orale (il linguaggio parlato), la cultura manoscritta (la scrittura), la cultura tipografica (la stampa) e la cultura dei media elettronici con informazioni inviate sempre più rapidamente attraverso “mass media”, come la radio e la televisione. Oggi siamo nell’epoca dei “social media” che, a differenza dei “mass media”, permettono al pubblico, alla massa, non solo di ricevere le comunicazioni ma anche di trasmetterle a ogni altro. Dopo il “pochi a pochi” e il “pochi a molti” siamo quindi passati ora al “troppi a troppi”. Con tutto quel che ne segue, di cui dicevamo, che suscita un violento dibattito tra favorevoli e contrari, tra chi odia i social e li vede come il male assoluto e chi invece li considera come un’inevitabile evoluzione e ne sottolinea i pregi. Non è la prima volta che accade. Ogni volta che si è verificata una delle suddette rivoluzioni, gli uomini si sono divisi in due fazioni: da un lato i detrattori, gli “apocalittici”, che ritenevano ogni nuova tecnologia come apportatrice di danni irreparabili; dall'altro i favorevoli, gli integrati, che ne vedevano soprattutto i benefici. Il primo apocalittico fu il filosofo greco Platone, che criticò aspramente la scrittura vedendo in essa un ostacolo all’esercizio della memoria e dunque allo sviluppo intellettivo dei giovani.


Con l’invenzione della scrittura si allargarono infatti i tempi della comunicazione, fu possibile conservare i messaggi e lasciarli ai posteri, senza doverli memorizzare di generazione in generazione. Inizialmente la scrittura dei Sumeri fu adoperata solo per l’amministrazione e la contabilità, solo in seguito fu usata per raccontare eventi storici e per la letteratura. La nascita della scrittura liberò dallo sforzo di memorizzare testi e versi e consentì anche il sorgere di nuove scienze come la filosofia e la logica. Poi, con l’invenzione della stampa si moltiplicarono i messaggi, estendendo in teoria illimitatamente il raggio delle informazioni. I libri, una volta stampati, venivano diffusi con lo stesso testo e anche per questo la stampa assunse un ruolo fondamentale nella nascita delle lingue nazionali, e quindi anche delle identità nazionali. Ma la diffusione dei libri ridusse l’importanza del ruolo del maestro, creando la figura dell'autodidatta: nella seconda metà del Quattrocento si stamparono oltre trentamila libri in 20 milioni di copie. Anche allora ci furono i detrattori, come Leibniz che nel 1680 si preoccupava di “un’orribile massa di libri che cresce incessantemente senza controllo”. E la pubblicazione di libri sugli argomenti più vari si scontrò con la censura, soprattutto ad opera della Chiesa che creò l'indice dei libri proibiti. La stampa consentì anche la nascita dei primi giornali, che con il perfezionamento della tecnica diventarono quotidiani. Anche per i giornali ci furono favorevoli e contrari. Uno dei più grandi sostenitori del giornalismo fu Thomas Jefferson che scrisse: «Se fossi costretto a scegliere fra un governo senza giornali, o giornali senza un governo, non esiterei a preferire la seconda scelta». Mentre invece Honoré de Balzac controbatteva: «Se la stampa non ci fosse, bisognerebbe soprattutto non inventarla. Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non possiamo attraversare, e dal quale non possiamo uscire puliti». Stampa, libri, giornali ebbero quindi anch’essi molti detrattori, come i “social” odierni. E rappresentavano sempre messaggi “verticali”, dall’alto in basso, o da “pochi” a “molti”. Non tutti avevano la possibilità di ricevere i messaggi (bisognava saper leggere, e l’analfabetismo era imperante), ma molte meno persone avevano la possibilità di inviarli. Non bastava infatti saper scrivere, era indispensabile far parte dell’élite politica e culturale. Quelli che oggi vengono chiamati i “poteri forti”.


Per qualche secolo, i cittadini comuni ebbero a disposizione solo la posta, per comunicare a distanza. I primi servizi postali furono organizzati nel VII secolo a.C. in Mesopotamia e in Egitto, ma per lungo tempo restarono riservati alle autorità pubbliche. I primi servizi disponibili ai privati apparvero in Europa nel Trecento. Ma solo nell’Ottocento, con lo sviluppo delle ferrovie, si organizzò il sistema postale come lo conosciamo oggi. L'Ottocento e il Novecento sono stati i secoli del grande progresso tecnologico, con invenzioni che hanno accelerato enormemente lo scambio di testi, suoni e immagini. I moderni mass-media, come la radio e la TV, hanno svolto una funzione fondamentale nello sviluppo culturale di quasi tutti i Paesi del mondo, sconvolgendo i tradizionali rapporti spazio-temporali e aprendo la strada alla globalizzazione. Ma molti detrattori videro nella nascita della televisione uno strumento di perversione culturale, e nemmeno i mass-media erano esenti da manipolazioni e falsità, come nel caso della radio che, durante la seconda guerra mondiale, divenne strumento di attacco psicologico alle popolazioni nemiche e di propaganda tra gli alleati. Le emittenti radio-televisive, una volta finite nelle mani private dei grandi gruppi industriali, continuarono a influenzare e a manipolare l’opinione pubblica, sia per motivi commerciali che politici, come l’Italia ha potuto sperimentare di recente.


Invenzioni come la posta, il telegrafo, il telefono, allargarono la platea degli utenti e degli “artefici” della comunicazione, prima dell’esplosione avvenuta coi computer e con internet. E anche computer e internet erano nati come strumenti militari in mano a pochi, come d’altronde i satelliti e il GPS, utilizzati oggi quotidianamente da tutti. Il progenitore dei computer fu elaborato da Babbage nel 1823, ma è solo dal progetto Arpanet del 1969 che si può datare l’inizio dell’era informatica. La posta elettronica nacque nel 1971 mentre internet cominciò a diffondersi in maniera capillare solo dal 1997. Da allora la quantità di informazione disponibile in rete ha continuato a crescere in modo esponenziale, con la nascita di colossi informatici come Google, Twitter e Facebook. Ci avviciniamo a quel paradosso dell’infinito che Jorge Luis Borges definì “la biblioteca di Babele”. Quindi il problema del social network non sono solo le “fake news” ma anche l’enorme quantità di informazioni, la mole di notizie che ci bombardano quotidianamente a ogni ora del giorno e della notte. Questa sovrabbondanza di materiale rende molto più difficile l’operazione di “fact-checking”, di verifica delle fonti, disperse in un labirinto di siti in cui è sempre più arduo districarsi. Anche perché l’evoluzione degli strumenti è più veloce della capacità umana di governarli, lo sviluppo tecnologico molto più rapido di quello biologico, e il nostro cervello non riesce a star dietro a tutti gli stimoli che riceve. Questo tra l’altro crea anche stress e depressione, riducendo i tempi del riposo mentale.


Finora abbiamo dunque appurato che gli uomini hanno sempre condiviso le informazioni sfruttando di volta in volta le tecnologie disponibili. L’informazione e la comunicazione non sono però tecnologie, ma esigenze umane di base. I posteri diranno se il nostro secolo avrà visto fiorire la società dell’informazione, della comunicazione, della libertà intellettuale. Ma a determinarlo non saranno le tecnologie. Né la carta, né i computer, né i social, né i telefonini o i satelliti né qualche altra diavoleria. Tutto dipenderà dai comportamenti e dalle coscienze delle persone. L’enorme disponibilità di dati favorisce o riduce la nostra capacità di informarci? Dipende solo dal desiderio, dalla capacità e soprattutto dalla volontà di ognuno di cercare e riconoscere la verità. E soltanto la cultura puó darci le basi necessarie per scavare sotto la superficie, analizzare, filtrare ed estrarre quanto c’è di vero e di rilevante nell’enorme quantità di informazione che ci sommerge. Se ci dotiamo degli strumenti intellettivi giusti, sapremo smascherare le falsità con cui vogliono ingannarci perché, come diceva Lincoln, si può ingannare tutti per un po’, qualcuno per sempre, ma non tutti per sempre. Che poi, aggiungeva John Kennedy, il massimo della stupidità si raggiunge non tanto ingannando gli altri ma se stessi, sapendolo.


© Louis Petrella

Settembre 2018

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