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Bisogna saper perdere

Bisogna accettare di perdere per capire come vincere

 

Perdere è un modo di apprendere. Vincere, un modo di dimenticare quel che si è appreso

 

Le sconfitte insegnano più delle vittorie, perché costringono a cambiare.


Quand’ero adolescente, una della mie grandi passioni era il calcio, guardato ma soprattutto giocato. Ovunque vedessi un pallone, arrivava irresistibilmente uno dei miei piedi – destro o sinistro non importava – a dargli un calcio. Tutti i pomeriggi mi recavo nel campetto sterrato vicino casa, per giocare interminabili partitelle coi compagni del quartiere. Le giacche a terra a segnalare i pali delle porte (per le traverse si andava a occhio), le nostre sfide finivano solo con l’oscurità, a tramonto inoltrato o in alternativa al richiamo delle mamme, che ci convocavano per la cena.

Dopo qualche anno entrai a far parte di una vera squadra di calcio, iscritta al campionato ufficiale. Dopo i primi entusiasmi, iniziai a sentire il peso e la responsabilità di dover vincere (c’era una classifica in ballo, non era più come al campetto). La spensieratezza e il divertimento delle partitelle di quartiere vennero meno, la qualità del mio gioco e le mie prestazioni in campo risentivano di questo mio “stress da risultato”. Il capitano della nostra squadra se ne rese conto, notò che c’erano due Louis, quello in forma e sbrigliato degli allenamenti, e quello un po’ bloccato e intimorito della partita. Una volta, scendendo negli spogliatoi nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo, mi disse (ricordo ancora le sue parole) che gli sembrava che io avessi paura non tanto dell’avversario, quanto della “partita” stessa. Avevo paura della partita: fu una constatazione che, per quanto banale, ebbe un grande effetto psicologico su di me: riflettendo su quella frase, iniziai a cambiare il mio atteggiamento in campo e, “fingendo” di trovarmi ancora nel campetto vicino casa, mi sciolsi e mi misi a interpretare le partite con lo spirito di una volta. La qualità del mio gioco ne guadagnò e ricordo anche che le prestazioni migliori le offrivo specialmente quando affrontavamo avversari conosciuti, con cui avevo già giocato insieme in passato o con cui ero in rapporti amichevoli. In pratica, quando l’aspetto competitivo sbiadiva, lasciando spazio a quello ludico. Il fatto di dover “competere” mi impediva quindi di godere appieno del divertimento che avevo sempre provato nel giocare a calcio. Non tutti in effetti vivono la competizione allo stesso modo: per alcuni è uno stimolo, una spinta a dare il meglio di sé; per altri è fonte di ansia, pressione o timore. E io ero tra questi ultimi, a quanto pare.

Il desiderio o la paura di competere nascono da un equilibrio complesso tra motivazione, autostima e paura del giudizio. Nel mio caso, poco a poco, la paura lasciò il posto alla motivazione. In genere, affrontare una competizione richiede una certa disponibilità a esporsi. Significa accettare di essere valutati, di confrontarsi con qualcuno che potrebbe essere migliore di noi, di mettere in gioco il proprio valore. Chi teme che una sconfitta significhi valere di meno tende a evitare di competere, per proteggersi dal rischio di perdere. Ma anche un eccessivo attaccamento alla competizione può essere negativo: quando il confronto con gli altri diventa l’unico metro di misura, si rischia di perdere di vista il senso autentico delle proprie azioni. Si compete non più per crescere, ma per mostrarsi e dimostrare la propria bravura. In questi casi, una vittoria non porta soddisfazione duratura e una sconfitta diventa insopportabile. La competizione in sé non è né buona né cattiva: dipende da come la viviamo. Può essere uno spazio di crescita e di miglioramento reciproco, oppure un terreno di ansia e di confronto sterile. La differenza sta nella capacità di mantenere un equilibrio tra il desiderio di migliorarsi e l’accettazione dei propri limiti. A tale scopo, il saper perdere gioca un ruolo centrale.

La nostra cultura celebra la vittoria in modo quasi ossessivo: si esalta chi arriva primo, chi eccelle, chi “ce la fa”. Dai social media alle narrazioni di successo, tutto sembra costruito attorno all’idea che valga solo chi vince. C’è poi chi definisce “losers”, perdenti, i propri avversari e i propri critici, utilizzando questo termine come un insulto. Ma senza rendersi conto che perdere, soprattutto “saper” perdere, non è una debolezza, ma una competenza fondamentale, una forma di intelligenza emotiva e di maturità che permette di crescere davvero. La sconfitta ha un enorme valore educativo. Nello sport, per esempio, è parte integrante del percorso: nessun atleta cresce senza averla conosciuta. Michael Jordan, uno dei migliori cestisti americani di sempre, vedeva la sconfitta e il fallimento non come qualcosa da evitare, ma come una parte necessaria della crescita e del successo. Celebre la sua frase: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite… Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.

Allo stesso modo, nella scuola e nel lavoro, gli errori e i fallimenti sono spesso le esperienze che insegnano di più. Un errore analizzato e compreso lascia un segno più profondo di un successo ottenuto senza difficoltà. È negli intoppi che si sviluppano qualità come la perseveranza e la capacità di adattamento, fondamentali per affrontare la complessità del mondo.

Perdere significa confrontarsi con i propri limiti. In un mondo che ci spinge costantemente a mostrarci forti e vincenti, riconoscere di non essere riusciti in qualcosa richiede coraggio. È proprio in quel momento che si apre uno spazio prezioso: quello della riflessione. La sconfitta ci costringe a fermarci, a rallentare, a chiederci cosa non ha funzionato e quali errori abbiamo commesso. Non è un processo immediato né facile: spesso è accompagnato da frustrazione, rabbia o senso di inadeguatezza. Ma è proprio attraversando queste emozioni che si sviluppa una consapevolezza più profonda di sé.

C’è un aspetto quasi filosofico nel valore della sconfitta. Perdere ci ricorda che siamo esseri imperfetti, in continua evoluzione. Ci mette di fronte alla realtà, senza filtri, ci invita a crescere nonostante le difficoltà. In un certo senso, è proprio grazie alle sconfitte che possiamo apprezzare davvero le vittorie: senza il confronto con il fallimento il successo perderebbe gran parte del suo significato. Saper perdere aiuta anche a costruire un rapporto più sano con se stessi. Invece di basare la propria autostima esclusivamente sui risultati, si impara a riconoscere il valore dell’impegno e della crescita personale.

Si raggiunge il successo più facilmente se si è quindi liberi dall'ansia della competizione, se non si è influenzati dalle etichette e dai condizionamenti di una società ossessionata dal dover vincere a tutti i costi, in eterna competizione. Ma la vittoria più grande che si possa ottenere sta nella capacità di contribuire al successo collettivo, mettendo da parte il proprio ego e integrandosi in un "noi" più ricco della somma dei singoli "io" in cui la competizione ci confina. Molti personaggi considerati “perdenti” - che hanno perso battaglie, guerre o obiettivi politici - proprio per questo sono diventati simboli potenti. Giovanna d'Arco, condannata e bruciata sul rogo durante la Guerra dei Cent'anni, fu sconfitta in vita, ma è diventata una delle eroine più celebrate della storia francese. Il

“Che” Guevara fallì nel tentativo di esportare la rivoluzione in Bolivia, fu catturato e ucciso, ma la sua immagine è oggi un’icona globale di resistenza. Spartaco guidò una grande rivolta di schiavi contro Roma, ma fu sconfitto; nonostante ciò, è diventato simbolo universale di libertà e ribellione. E la storia di Robert Falcon Scott, che perse la corsa al Polo Sud contro Roald Amundsen e morì nel viaggio di ritorno, è vista come una tragedia eroica. Insieme ai suoi quattro compagni venne ucciso dal freddo e dagli stenti, intrappolati nel gelo antartico, a pochi chilometri da un deposito di viveri.  Le lettere di addio scritte da Scott nel marzo del 1912, negli ultimi giorni della tragica spedizione in Antartide, sono tra i documenti più intensi della storia delle esplorazioni. Tra i passaggi più toccanti:  “Abbiamo corso rischi, lo sapevamo; le cose sono andate contro di noi e quindi non abbiamo motivo di lamentarci.” Una frase che mostra il senso del dovere e l’accettazione del destino. Nel suo ultimo messaggio emerge il desiderio che il sacrificio dei membri della spedizione non venga dimenticato: “Se avessimo vissuto, avrei avuto una storia da raccontare sulla durezza, la resistenza e il coraggio dei miei compagni, che avrebbe commosso il cuore di ogni inglese.” Queste lettere non sono soltanto testimonianze storiche, ma anche riflessioni profonde su coraggio, fallimento, dignità e responsabilità umana davanti alle sconfitte e alla natura estrema.

I personaggi che abbiamo citato dimostrano che nella Storia “perdere” non significa necessariamente cadere nell’oblio: spesso è proprio la sconfitta a trasformare qualcuno in mito.  Ma anche senza aspirare al mito né ambire a entrare nella Storia, è di fondamentale importanza il modo in cui ognuno di noi interpreta la sconfitta. Se consideriamo la sconfitta una prova del fallimento personale e definitivo, rischiamo di bloccarci per sempre e perdere la fiducia. Se invece la vediamo come una tappa, un passaggio inevitabile nel percorso di crescita, allora la sconfitta diventa un’insegnante severa ma preziosa, capace di mostrarci dove migliorare e di spingerci a trovare nuove strade. In questo senso, fallire non è l’opposto del successo, ma una sua componente essenziale. Proprio come ha voluto testimoniare Michael Jordan.

Pertanto, saper perdere non significa arrendersi, ma imparare. Significa accettare che la sconfitta faccia parte del cammino e darle il posto che merita: non come fallimento definitivo, ma come occasione di miglioramento. E significa anche imparare a scegliere come stare nella competizione: non come prigionieri del risultato, ma come protagonisti consapevoli del proprio percorso. Solo così si può affrontare la vita con equilibrio e con una motivazione che non dipenda solo dalla vittoria; si può entrare in campo senza aver “paura della partita” perché, nella vita come nello sport, non si perde mai: o si vince o si impara.

 

©Louis Petrella

Giugno 2026

 
 
 

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