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Emozioni

Aggiornamento: 12 mar



Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume

e poi ritrovarsi a volare

E sdraiarsi felice sopra l'erba

ad ascoltare un sottile dispiacere

E di notte passare con lo sguardo la collina

per scoprire dove il sole va a dormire

Domandarsi perché, quando cade la tristezza in fondo al cuore,

come la neve non fa rumore

...

Capire tu non puoi.

Tu chiamale se vuoi emozioni

(Mogol – Battisti)

 

Chiamiamole pure, se vogliamo, emozioni, come suggeriva Lucio Battisti. Anche se non le possiamo capire. Non sempre.

Il filosofo e mistico armeno Georges Gurdjieff, per esempio, formulò nel secolo scorso una teoria per illustrare come si possa restare in balia delle proprie emozioni. Per descriverla elaborò la metafora di una carrozza - che rappresenta il corpo - tirata da cavalli, cioè da emozioni spesso incontrollabili, che possono portare il corpo in direzioni imprevedibili. Il cocchiere è la mente, che ha la responsabilità di guidare i cavalli, mentre il passeggero è l’anima (o la coscienza), cioè la parte più consapevole. Secondo Gurdjieff per molta gente il passeggero è passivo, la mente e le emozioni guidano il corpo senza alcun controllo da parte della coscienza, portando a una vita guidata da impulsi irrazionali e condizionamenti sociali. La metafora della carrozza spiegherebbe perché ci comportiamo spesso in modo irrazionale, condizionati da influenze esterne, meno consapevoli e meno liberi.

Eppure, se siamo sopravvissuti alla selezione naturale non è stato solo in virtù dell’intelligenza o della forza, ma anche grazie alle emozioni che ci hanno permesso di superare situazioni critiche. Si dice che non è il più forte a sopravvivere ma chi riesce ad adattarsi: i mammiferi erano meno forti dei tirannosauri ma sono sopravvissuti alla catastrofe cosmica che ha estinto i grossi rettili. Anche le emozioni hanno contribuito alla nostra evoluzione: le prede che, incoscienti, si avvicinavano temerariamente ai predatori avevano poche probabilità di trasmettere i propri geni ai discendenti. E quindi la paura, la collera, il disgusto, forse anche l’amore e la gioia sono retaggio della selezione naturale, emozioni che spesso ci salvano facendoci reagire in certi modi, inviando segnali chimici al cervello e preparando il corpo alla fuga, all’attenzione, all’attacco, o all’abbraccio.

Per sopravvivere, nessun animale, nemmeno l’uomo può ogni volta aspettare le conseguenze degli eventi, per valutare la presenza di un pericolo. Per questo il cervello decide a diversi livelli: alcune decisioni vanno prese rapidamente, senza il tempo di ragionarci sopra. Abbiamo quindi degli “interruttori” che reagiscono immediatamente in caso di urgenza: se tocchiamo qualcosa di bollente, tiriamo subito via la mano prima ancora di renderci conto di cosa abbiamo toccato. Al livello superiore ci sono le emozioni, come la gioia, la tristezza, la paura o la rabbia, stati mentali e fisiologici che consentono decisioni rapide anche se non immediate, spesso accompagnate da reazioni fisiche, come battiti cardiaci accelerati o sudorazione.

Emozioni, sentimenti e istinti sono i vari modi con cui il cervello risponde agli stimoli. I sentimenti sono simili alle emozioni, ma meno intensi e più duraturi. Si tratta di pensieri e comportamenti verso qualcosa o qualcuno, come l’amore, l’odio o la gratitudine. Gli istinti sono invece comportamenti innati e automatici, in risposta a situazioni che possano mettere in gioco la vita, come un neonato che succhia per nutrirsi, guidato dall’istinto di sopravvivenza.


Come diceva Gurdjieff, sono tutti impulsi in cui non entra in gioco la coscienza, che interviene solo alla fine, elaborando il vissuto e scaricandolo in memoria. Come accade coi grossi traumi della vita, che si ricordano anche dopo tanti anni.

In quanto animali sociali, per il nostro istinto di sopravvivenza è importante anche il rapporto con gli altri, sentirsi compresi, protetti e accettati dalla propria comunità. Dunque anche il senso etico sembra qualcosa di innato, una sorta di emozione ancestrale che spinge a determinati comportamenti per favorire la pacifica convivenza, la collaborazione e quindi la trasmissione della specie. Vale anche per i nostri cugini primati, dove chi ha cattivi rapporti sociali ha poi problemi a condividere il cibo, è meno protetto, viene maltrattato e ha meno possibilità di crescere sano e di generare la prole.

 

I neonati iniziano a comunicare attraverso vagiti, sorrisi, pianti: i primi contatti dei bambini col mondo sono attraverso le loro emozioni. Ma spesso siamo costretti a sopprimerle per necessità: quando un bimbo urla al ristorante o in un luogo pubblico, anche se è un grido di dolore, che vuol dirci qualcosa, l’educazione ci costringe a zittirlo, stroncandone così l’emozione. Poi l'asilo, la scuola, l'università e il lavoro ci trasformano in persone obbedienti e razionali, emotive solo entro i limiti consentiti dalla società.

Ma le emozioni sono la strada verso i sentimenti e l'accettazione del mondo. Se si reprimono dall'infanzia, da adulti si avrà difficoltà ad aprirsi e a fidarsi degli altri. Accantonare emozioni e sentimenti tronca la personalità, rende incapaci di comprendere se stessi e gli altri, col rischio di entrare in conflitto col prossimo, col partner, coi figli, coi colleghi...

Il nostro subconscio è pieno di emozioni soffocate, che a volte finiamo poi per esprimere in modo incontrollato. Soprattutto nell’educazione maschile viene repressa l’emotività, sulla base di un’idea di “durezza” che risale alle prime tribù umane, quando gli uomini dovevano cacciare e combattere. La maggior parte dei ragazzi sono cresciuti all’insegna del comportamento da “maschio”: fai l’uomo, non piangere! non fare la femminuccia, dimostra di essere un vero uomo! i maschi non piangono! i maschi non possono avere paura, non parlano di sentimenti, non si lasciano andare alle smancerie... Quante volte un ragazzo si è sentito dire queste cose da un adulto, quante volte ha obbedito, soffocando lacrime, paure, insicurezze, e anche desideri e sogni! Le emozioni erano riservate alle ragazze, gli uomini dovevano reprimerle e autocontrollarsi, finché non esplodevano sotto forma di rabbia e violenza. Ma il vero coraggio non consiste nell’autocontrollo, semmai nel voler conoscere se stessi anche grazie alle proprie emozioni.

 

Lacrime, desiderio, speranze, tenerezza… Sono tutte emozioni presenti tanto negli uomini quanto nelle donne: le identità di genere non sono naturali ma culturalmente apprese, né sono individuali ma collettive, create per identificare i ruoli nella società. Si diventa maschi attraverso insegnamenti, modelli e riti di passaggio, agli uomini si insegna a indossare una maschera dietro cui nascondere i sentimenti. La società patriarcale favorisce gli uomini che occupano posizioni privilegiate, ma si tratta di un’arma a doppio taglio, perché questo sistema pone agli uomini dei limiti e inibisce la loro crescita interiore. La gerarchia di genere produce discriminazioni e disparità a danno delle donne, ma impoverisce e imprigiona anche la vita degli uomini, la loro socialità, l’espressione delle emozioni e la stessa esperienza del proprio corpo da parte degli uomini.

Molti uomini sono oggi incapaci di dare un senso alla propria esistenza, e questa frustrazione si trasforma spesso in violenza, femminicidi, stupri e maltrattamenti sulle donne, riempiendo tristemente le cronache dei giornali. Sentiamo narrazioni di uomini depressi, frustrati e intimoriti da donne “troppo libere” o intraprendenti. O di uomini disorientati e privi di riferimenti in una società che ha messo in discussione modelli, valori e ruoli tradizionali.


Oggi in effetti c’è maggiore partecipazione delle donne alla vita sociale e politica, ci sono donne dirigenti d’azienda e nel mondo degli affari, donne sindacaliste, scienziate, artiste. C’erano anche in passato, ma come eccezioni alla regola, casi isolati. Oggi si nota un cambiamento, sebbene ancora lento e faticoso, frenato dal persistere della mentalità patriarcale, soprattutto presso alcune culture. A volte persino tra la popolazione femminile, tra donne sottomesse all’uomo da secoli in famiglie tradizionali, con ruoli predefiniti, che riproducono nei figli lo stesso stile educativo sperimentato per generazioni. In alcuni contesti le spinte conservatrici sono talmente forti da riprodurre senza ripensamenti le vecchie gerarchie familiari, gli stessi modelli di comportamento, le stesse convinzioni e abitudini quotidiane. In Afghanistan, ad esempio, i Talebani sono ritornati al potere imponendo le stesse discriminazioni dei propri padri, nonostante per vent’anni le madri li avessero allevati durante il periodo di occupazione occidentale.

 

Ma - tradizioni a parte - dicevamo che, con l’emancipazione femminile e l’allargamento di diritti e ruoli per le donne, gli uomini restano confusi, reagendo in modo vario. C’è chi sceglie di ribadire la propria mascolinità, chi resta indifferente estraniandosi dalla questione (“io non ho niente a che fare coi femminicidi”). E c’è chi offre passivamente aperture e concessioni, come femminilizzare vocaboli e titoli. Pochi uomini si chiedono davvero cosa voglia dire essere maschio oggi, in pochi mettono in discussione la propria identità di genere; ci si riflette forse a livello individuale ma non collettivo. Peraltro, “femminista” è una parola con valenza generalmente positiva, mentre “maschilista” resta un termine negativo, denigratorio.

Di identità maschile si parla poco, l’attenzione è focalizzata sulla condizione delle donne e delle minoranze e gli uomini si illudono così che il dibattito sul genere non li riguardi. In realtà, per gli uomini un cambio di paradigma sarebbe un’opportunità per reinventare il proprio ruolo, la propria esperienza di paternità, il proprio rapporto col lavoro, la propria esperienza di coppia.

L'anima maschile è un mondo non meno profondo ed emotivo dell'anima femminile, e va pertanto rimosso lo stereotipo e il pregiudizio che gli uomini siano incapaci di affrontare le emozioni. Va riformulata l’identità maschile partendo dall’educazione di bambini e ragazzi, orientandoli alla libera espressione di sé, svincolata dai modelli di mascolinità, fatti di forza, competizione, controllo. Essere uomini oggi significa mettere in discussione i modelli dei padri e costruirne di nuovi, comporta diritti e doveri quasi inediti, come l’accudimento dei figli.


 Oggi le emozioni sono più che altro espresse sui social tramite le faccine, gli emoticon, che ne banalizzano e appiattiscono il significato, ma le vere emozioni sono profonde, per nulla banali. Attraverso emozioni e sentimenti affiniamo anche la sensibilità, termine che non si riferisce tanto ai cinque sensi fisici che sappiamo - vista, olfatto, udito, tatto e gusto - ma piuttosto ad altri sensi, impalpabili, come l’empatia e appunto l’emozione, che nascono dal cuore e seguendo i quali la nostra “carrozza” si dirige nella direzione giusta.

Poco a poco gli uomini stanno iniziando a ridefinire il concetto di virilità, ad ammettere di provare emozioni e di affrontarle e comunicarle con onestà. Ma la strada è ancora lunga: crisi mondiali, guerre, odio, violenze domestiche, femminicidi: sono tutti segnali che troppe carrozze vengono trascinate nella direzione sbagliata, che menti, coscienze e anime non sempre sono capaci di guidare le emozioni, non riescono a chiamarle. Avevano ragione Mogol e Battisti: anche se non possiamo capire, dobbiamo chiamarle, le emozioni.

 

©Louis Petrella

Marzo 2024

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