IL TESORO DELLA CORONA

La prossima guerra che ci distruggerà non sarà fatta di armi ma di batteri. Spendiamo una fortuna in deterrenza nucleare, e così poco nella prevenzione contro una pandemia; eppure un virus oggi sconosciuto potrebbe uccidere nei prossimi anni milioni di persone e causare perdite finanziarie in tutto il mondo”.

(Bill Gates, TED talk 2015)

Nell’ultimo articolo ho accennato solo di sfuggita al coronavirus, sperando di non doverne più parlare. Invece siamo ancora in piena emergenza, purtroppo. In tutto il mondo si piangono le vittime dell’epidemia, ovunque ci volgiamo, a qualunque ora, su ogni canale TV e social, l’unico argomento è il virus.

Si indagherà sulle sue origini, ma quasi di certo questo virus arriva dalla natura, come se questa volesse dimostrarci di essere più forte di noi, che non siamo onnipotenti, nonostante le nostre armi. La frase iniziale di Bill Gates risale a più di cinque anni fa; anziché tra Stati nemici, Gates predisse che le guerre in futuro si sarebbero combattute contro le epidemie e non ci preoccupiamo abbastanza di come affrontarle. Affermazioni profetiche, che sviliscono ogni discorso su muri, barriere, fili spinati e porti chiusi. Dopo aver pensato per anni a come chiudere confini e imporre dazi, ci ritroviamo con un virus che uccide uomini ed economie attraversando le frontiere. Un’emergenza mai vista, che ci ha colti impreparati. Una nemesi della Natura nei confronti dell’arroganza umana, ma anche nei confronti di isolazionisti e nazionalisti: motti come "prima gli italiani" o “America first”, sono crollati come castelli di carte.

Chi, in nome del sovranismo, ha fatto di tutto negli anni per indebolire e smantellare le istituzioni europee, ha ora chiesto all’Europa di difendere la solidarietà tra i Paesi membri. Chi fino a ieri chiudeva porti e frontiere agli stranieri in fuga da fame e guerre, si è visto chiudere le frontiere dagli altri, in senso inverso. Prima in Italia si sono incolpati i cinesi di essere gli untori, poi gli italiani sono stati oggetto di derisione di altri europei (spot francesi con la pizza infetta, battute inglesi sul virus pretesto di “siesta” per gli italiani...) dopodiché tutta l’Europa e poi gli Stati Uniti sono diventati focolai fuori controllo. Abbiamo visto che all’improvviso chiunque può essere discriminato, segregato, bloccato alla frontiera. Non è che chiudendo i confini per il virus si sia data ragione ai sovranisti: si sono chiuse proprio le case, separate le persone, non i Paesi. Con una politica europea unitaria forse non sarebbe stato necessario chiudere nessun confine. Questa crisi ha dimostrato, se ce n’era ancora bisogno, che l’isolamento sovranista non funziona, è necessaria la solidarietà internazionale. Sia l’epidemia che la conseguente crisi economica sono problemi globali, che possono essere risolti solo con la cooperazione globale. Non è un caso che i populisti abbiano mantenuto un basso profilo, in una vicenda che ha dimostrato la fragilità della democrazia diretta: la “piazza” è spesso irrazionale, a volte chiede di essere coinvolta, a volte vuole dettare le decisioni, altre ancora preferisce farsi condurre. E a volte nemmeno chi conduce ha le idee chiare.

La pandemia ha imperversato da Oriente a Occidente, ha colto tutti di sorpresa e perciò forse è mancata una risposta globale. La Cina è stata reticente, l’Organizzazione Mondiale della Sanità è apparsa molto incerta, mentre le reazioni dei governi sono state disomogenee, anche a livello locale, come dimostrano i conflitti tra i governatori degli Stati americani e la Casa Bianca, o tra i presidenti delle regioni italiane e il governo di Roma. Quasi tutti i governi sono stati costretti comunque a prendere (e i cittadini ad accettare) decisioni e provvedimenti mai assunti finora, tanto meno per l’emergenza ambientale.

Gli scienziati non sono stati ascoltati quando lanciavano allarmi sulle drammatiche conseguenze del riscaldamento globale. Da un quarto di secolo si svolgono annuali conferenze delle Nazioni Unite per il cambiamento climatico (le “COP”), tutte conclusesi con roboanti promesse e nessun impegno concreto: abbiamo continuato indisturbati a produrre CO² e scaricare gas nell’atmosfera.

Ma gli allarmi degli scienziati sull’epidemia e sulla terribile contagiosità del virus sono stati subito ascoltati, misure drastiche sono state decise in breve tempo, sospendendo produzione economica e diritti civili, con provvedimenti mai presi in precedenza, nemmeno in tempi di guerra. (E grazie alla sospensione dell’attività pare che comunque anche l’inquinamento sia calato notevolmente). Non solo. A lungo per esempio si è parlato di sospendere le partite di calcio, per i casi sempre più frequenti di violenza e i cori razzisti dagli spalti. Ma nessuno aveva mai osato arrestare quella fabbrica di denaro che è il calcio professionistico. Ci è riuscito il coronavirus, a fermare tutti i campionati.


Costretti al distanziamento fisico, siamo ricorsi alla tecnologia, a internet, allo “smart-working”, all’istruzione e ai servizi online, che ormai ci obbligano a essere costantemente connessi alla rete. Scoprendo così il valore dei contatti diretti, provando nostalgia per gli abbracci, persino per le strette di mano. Probabilmente molte pratiche introdotte durante l’emergenza diverranno consuetudine, com’è accaduto spesso in passato. Il telelavoro è già una realtà per molte aziende, ma se verrà esteso com’è stato durante il lockdown, senza contatti personali ma solo virtuali, dovremo affrontare nuove abitudini e nuovi bioritmi. Lavorando da casa, senza andare in ufficio, senza pranzare in mensa coi colleghi, senza chiacchiere alla macchinetta del caffé, con riunioni solo in videochat, perderemo gran parte della comunicazione, quella non verbale, fatta di mimica e linguaggio dei gesti. Avremo bisogno di case con spazi progettati per lavorare. Contratti e sicurezza sul lavoro dovranno essere riconsiderati. Scuole e università daranno sempre più lezioni online, senza contatti fisici tra studenti e tra docenti. Forse anche i programmi televisivi continueranno ad avvalersi di video domestici, molto meno costosi senza “troupe” e studi di registrazione.

In momenti di crisi ci sono sempre scelte difficili da fare. Ad una, quella tra isolamento nazionalista e solidarietà globale, abbiamo già accennato. Un’altra scelta importante è quella tra sorveglianza dall’alto e responsabilizzazione dei cittadini. In questi mesi ci siamo dovuti sottoporre a esperimenti sociali su larga scala, che governi e aziende non condurrebbero mai in tempi normali. I provvedimenti presi per fronteggiare il virus sono stati, e sono tuttora, necessari. Il distanziamento fisico e l’uso di protezioni sono indispensabili e vanno accettati se vogliamo sconfiggere il virus. Più rigidamente seguiremo le raccomandazioni, più velocemente porremo fine all’emergenza. Per tracciare e monitorare i cittadini, qualche governo ha introdotto sofisticate tecnologie che alcuni vedono come attacco alla privacy. Ma questi controlli non devono andare per forza a scapito della privacy. Intanto, non la minacciano più dei pagamenti online, dei cellulari perennemente connessi o dei selfies postati ogni istante sui social. C’è modo di godere sia della privacy che della salute: la storia della civiltà è piena di progressi in questo senso. Il controllo centralizzato e le punizioni non sono l’unico modo per far rispettare le regole. L’importante è saper comunicare: una popolazione informata è più motivata e sa comportarsi correttamente anche senza qualcuno che controlli. Ad esempio, lavarsi le mani col sapone è stato uno dei più grandi progressi nell’igiene umana, che noi diamo per scontato. Ma solo nell’Ottocento se n’è scoperta l’importanza: in precedenza, persino medici e infermieri passavano da un’operazione chirurgica all’altra senza lavarsi le mani. Oggi miliardi di persone si lavano le mani quotidianamente, e non per paura delle multe; solo con la conoscenza e con la fiducia nei confronti della scienza e dell’autorità si ottiene adesione e cooperazione.

La chiave di tutto è dunque la conoscenza. Stiamo affrontando tante restrizioni, al momento necessarie, ma a cui non ci si deve assuefare. Così come dobbiamo farci monitorare la salute, dobbiamo a nostra volta monitorare le autorità, esigere che queste rinunce e queste limitazioni siano eccezionali e non debbano diventare normalità. C’è già chi approfitta della situazione, anche in Europa, per assumere “pieni poteri”, sfruttando il disorientamento dell’opinione pubblica. Sono state adottate misure coercitive, come le restrizioni alla libertà di movimento dei cittadini, in alcuni casi forse persino in contrasto con la Costituzione: vietato uscire di casa, vietato incontrare gli amici, vietato spostarsi da un città all’altra, vietato confortare i malati. Si è persino accettato il dramma di non poter accompagnare i propri morti, sebbene l’assistenza ai morenti e l’onoranza dei defunti siano sempre state considerate sacre in tutte le società umane. Si è trattata di una trasgressione quasi antropologica.

Se l’emergenza sanitaria dovesse rimanere a lungo, c’è il rischio che alcune libertà vengano viste come perdite collaterali, nella guerra al virus. Non tanto la violazione della privacy, quanto piuttosto la limitazione delle libertà civili non deve diventare regola, in nome della salvaguardia della salute personale. Come abbiamo detto, non dobbiamo assuefarci a situazioni a cui oggi ci ribelleremmo sdegnatamente. Di farci “bollire” a fuoco lento, senza accorgercene, come la “rana bollita” di Noam Chomsky. Dovremo rassegnarci a convivere in qualche modo col virus e col pericolo, che non si potrà mai azzerare, a meno di voler abdicare alla vita. Se volessimo eliminare ogni rischio, dovremmo rinunciare a tanto altro, abolire ad esempio la circolazione stradale o i cantieri edili, che causano ancora troppi incidenti mortali. Compito di politici e amministratori è mediare tra indicazioni tecniche e diritti dei cittadini, minimizzando i rischi.

Come abbiamo visto con gli allarmi degli scienziati sul clima e sulla pandemia, facciamo prevalere il breve al lungo periodo, molto più sensibili alle conseguenze sull’oggi che a quelle sul domani. Più preoccupati dell’attuale situazione economica che di una Terra invivibile tra cinquant’anni. Ma anche più preoccupati della nostra salute di adesso che dei danni economici e sociali per le prossime generazioni. Se ci pensiamo, il virus ci fa più paura anche della violenza umana: oggi ci viene consigliato l’uso delle mascherine chirurgiche, che coprono naso e bocca, lasciando liberi solo gli occhi. Durante la stagione degli attentati terroristici, pochi anni fa, chiunque si coprisse il volto veniva guardato con sospetto, come un potenziale terrorista; il riconoscimento facciale era considerato essenziale e irrinunciabile per la sicurezza dei cittadini. Oggi prevale la sicurezza sanitaria, preferendo essere tutti irriconoscibili, nei nostri niqab protettivi.

Nel romanzo ”Inferno” del 2013, Dan Brown narra di uno scienziato miliardario e folle che, per ridurre la sovrappopolazione mondiale, crea un virus da diffondere nel mondo per rendere sterile parte della popolazione. Entra quindi in conflitto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, conflitto su cui si sviluppa tutto il thriller tipico dello stile di Dan Brown. L’ipotesi avanzata nel romanzo, la sterilizzazione dell’umanità, produrrebbe un grosso problema: ridurrebbe sì gli abitanti, ma ne aumenterebbe enormemente l’età media, lasciando al mondo solo anziani ed eliminando le giovani generazioni. Viceversa il coronavirus fa il contrario, è molto meno pericoloso per i giovani che per gli anziani, provocando così un altro conflitto generazionale: per poter proteggere l’ultima generazione superstite della ricostruzione del dopoguerra, si è fermata la società, l’industria, l’economia, si sono chiuse le scuole, mettendo a rischio il futuro dei millennials, delle nuove generazioni nate a cavallo del millennio, che dovranno quindi rendersi protagoniste di una nuova ricostruzione, quella del dopo-Covid.

Quella contro il virus è stata paragonata spesso a una guerra. Se si trattasse davvero di un’azione militare, la risposta messa in atto da quasi tutti i governi sarebbe la “carneficina”, bombardamenti a tappeto con inevitabili danni collaterali: vecchi, giovani, lavoratori, pensionati, studenti, aziende, tutti i settori della società coinvolti in lockdown e sospensione delle attività. Ma in guerra i colpi più efficaci sono le azioni mirate, di precisione, “chirurgiche”, che minimizzano le conseguenze indesiderate. Il 90% delle vittime del Covid19 ha più di settant’anni, con la popolazione lavorativa quindi largamente immune, almeno dalle conseguenze più gravi. Sarebbe sembrato quindi logico concentrare la maggior parte delle precauzioni verso le persone più a rischio, anziché su tutta la popolazione, sull’intera società, portando alla recessione. Tanto più che le persone più anziane sono anche le più fragili socialmente, avendo meno accessibilità ai servizi online, che caratterizzeranno la nostra società futura. Sottoporre tutti i cittadini agli stessi provvedimenti è stato un po’ come mandare lo stesso numero di agenti a pattugliare due quartieri con diversi livelli di criminalità, uno col 90% e l’altro con solo il 10% di crimini. Se quella contro il virus è davvero una guerra, va combattuta con intelligenza.

Parlando di guerre, dicevamo della premonizione di Bill Gates rimasta inascoltata. Abbiamo continuato a investire in armamenti, riducendo risorse e finanziamenti per la sanità; per poi accorgerci che gli operatori sanitari sono molto più utili degli F35, nel combattere il virus. Ma quest’epidemia ci ha fatto aprire gli occhi anche su molte altre priorità di cui non ci rendevamo conto. Abbiamo ridotto gli investimenti nell’istruzione e nella cultura, per scoprire quanto scuole e insegnanti siano indispensabili, con lezioni sospese e genitori costretti a occuparsi dell’educazione dei figli. Abbiamo trascurato la salute del pianeta, ignorato gli allarmi sul clima, ma vediamo che il cosmo sa riequilibrare le sue leggi, quando vengono stravolte. Foreste date alle fiamme (Amazzonia e Australia, nel 2020, ma ci siamo già dimenticati), oceani invasi da plastiche, atmosfera asfissiata dagli scarichi. La Natura si vendica di come l'uomo la maltratta, credendosene il padrone. L'economia collassa, ma l'inquinamento scende in maniera considerevole. L'aria migliora, respiriamo meglio, anche se con la mascherina. I delfini sono tornati nel Mediterraneo, si rivedono i cavallucci marini nei canali di Venezia, animali selvaggi si riappropriano di spazi da cui erano dovuti fuggire. Chissà ancora per quanto. Forse la Natura sta cercando di dirci qualcosa.


Anche se si dovesse trovare un vaccino contro il virus in tempi brevi, è probabile che non sarà efficace prima della fine dell’anno, di questo 2020 che rischia di essere ricordato come il “non-anno”. L’anno “senza”: senza viaggi, senza vacanze, senza concerti, senza teatri, senza musei, senza scuole, senza sport, senza ritrovi tra amici, senza contatti coi colleghi, senza cene al ristorante, senza bevute al bar, senza abbracci, senza forse più un lavoro, purtroppo anche senza molti nostri cari che ci hanno lasciato per colpa del maledetto Covid... Un buco nel nostro calendario, un vuoto nelle nostre biografie.

O forse potrebbe essere ricordato come un anno di svolta, in cui abbiamo imparato o iniziato – per necessità – a vivere in maniera diversa. Una vita “normale”, sì, ma secondo nuove “norme”, impensabili fino a pochi mesi fa. Come ogni grande epidemia della Storia, anche questa è un monito. Quelle del Medioevo e del Seicento portarono rispettivamente al Rinascimento e all’Illuminismo, e anche questa del Covid19 potrebbe rappresentare una svolta, sempre che riesca a illuminare e far rinascere le menti. Un giorno forse saremo in grado di tirare molte più conclusioni da questa pandemìa che ha stravolto la nostra vita, un “millennium bug” giunto con vent’anni di ritardo. Sapremo far tesoro di quest’esperienza? Impareremo a gestire meglio la società, la salute pubblica, le relazioni sociali e il nostro rapporto con l’ambiente? Se questo virus corona ci avrà insegnato qualcosa, consegnandoci a un nuovo Rinascimento, potremo dire per lo meno di averne fatto tesoro. Di aver trovato il nostro “tesoro della corona”.

©Louis Petrella

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