La leggerezza di leggere

“Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici.

Una volta che li hai inventati non puoi fare di meglio”

Umberto Eco


In un articolo sul “Caffé” la nostra amica Santina Chirulli ci ha resi partecipi del suo amore per la lettura inaugurando una rubrica sulle prime pagine dei libri.

Mai iniziativa fu per me altrettanto gradita quanto questa di Santina, di cui condivido pienamente la passione per i libri. Come scrive la nostra amica, la prima pagina di un libro è come una porta aperta che ci invita a entrare in una casa sconosciuta; entrando in questa casa accediamo a un mondo a parte, a una vita alternativa, nella quale ci immergiamo in un viaggio fuori dal nostro tempo e dal nostro spazio.


È scientificamente provato che leggere esperienze equivale a viverle, soprattutto quando ci sentiamo attratti dalla storia di un libro e dei suoi personaggi. Le aree cerebrali che si attivano durante una lettura coinvolgente sono le stesse che si attivano durante un’analoga esperienza diretta, il nostro cervello non distingue se stiamo solo leggendo o proprio vivendo un’avventura. A differenza di un film, che offre passivamente la scena alla nostra vista e al nostro udito, la lettura “costringe” il cervello ad attivare tutti sensi, a creare da sé e immaginare tutto quanto descritto sulla pagina. Per la nostra mente quindi è come se quelle esperienze le stessimo vivendo dal vivo. Una specie di “realtà virtuale” specifica per il nostro cervello. Leggere equivale quindi davvero a vivere molte vite e a visitare molti luoghi, anche senza spostarci fisicamente. Coi libri possiamo muoverci in ogni epoca e in ogni luogo, esplorare l’intero universo.

©newyorker.com

Lettura e scrittura hanno assunto molte forme diverse nel corso della Storia: i geroglifici egiziani, le pergamene medievali, la stampa mobile di Gutenberg, gli e-book odierni... Eppure la funzione è sempre rimasta la stessa, quella di rispondere all’esigenza di farsi spiegare il mondo e di farsi raccontare storie. Esigenza comparsa sin dagli albori dell’umanità: dai cavernicoli riuniti attorno al fuoco ai menestrelli medievali, ai romanzieri dell’Ottocento, fino ad oggi.


L’aforisma che ha aperto quest’articolo è di Umberto Eco, il grande scrittore, filosofo e semiologo scomparso da ormai quasi due anni. Estimatore dell’oggetto-libro in sé, Eco era anche un grande sostenitore della lettura in generale. Fu lui che affermò, tra gli altri, che coloro non leggono avranno vissuto una sola vita, la propria. Chi legge invece “avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.

Immortalità. Parole di persone i cui corpi sono polvere ma che vivono ancora nei loro libri. I libri sono umanità, legame con gli altri, ci distraggono dalle futilità per connetterci con 5000 anni di civiltà. Nella letteratura scopriamo anche che i nostri desideri, i nostri drammi, i nostri dubbi sono universali, sono appartenuti (e apparterranno) a milioni di altre persone prima e dopo di noi. Non siamo soli.


Leggendo storie altrui, con personaggi diversi da noi, impariamo a capire quello che pensano, che provano gli altri, come soffrono, e questo ci rende più immaginativi, più empatici, più altruisti. Attraverso i libri impariamo la varietà del mondo, a capire gli altri e a giudicare noi stessi: la nostra esistenza si estende. I libri ci donano tutte le vite che non avremo mai il tempo di vivere, e rendono più chiara, ricca e gratificante quella che stiamo vivendo. Attraverso i libri ci conosciamo meglio, la lettura ci esercita a interpretare il mondo, insegnandoci a dare un senso alla nostra individualità e alla nostra sfera di rapporti, a comportarci più umanamente con i vicini e i familiari. Riusciamo così a leggere meglio le intenzioni, le parole, i gesti altrui, senza fraintendere i segnali. I libri educano l'individuo ai valori della civiltà. Quando leggiamo un buon libro, anche se non vediamo nel libro più di quanto non vedessimo prima, vediamo comunque dentro noi stessi molto più di quanto ci fosse prima. I libri ci sostengono nella solitudine, ci aiutano a dimenticare le volgarità del mondo, consòlano le nostre delusioni e arricchiscono le nostre passioni. Noi siamo anche fatti di ciò che abbiamo letto.


Anche i libri costituiscono una scienza: quella dei sentimenti, dei comportamenti umani, dell'identità, della diversità. Con la lettura finiamo per non dare più troppo peso ai piccoli problemi quotidiani, quelli grandi non ci spaventano e, quando un dolore o una pena ci colpiscono, troviamo i mezzi per consolarci.

È stato addirittura detto che coloro che resistevano più a lungo agli stenti e alle torture nei campi di concentramento nazisti o nei gulag sovietici non erano i prigionieri più robusti fisicamente, ma quelli che avevano un più elevato livello di cultura e che avevano letto di più. Questi erano infatti maggiormente in grado di “relativizzare” la propria situazione, facendosi partecipi di un disegno più grande di loro, avendo letto e conosciuto storie simili alle proprie. Coloro che basavano la resistenza solo sulla forza fisica cedevano prima, psicologicamente, non vedendo altre vie di uscita. Ne hanno parlato sia Viktor Frankl, sopravvissuto ad Auschwitz-Birkenau, sia Varlam Shalamov, internato in un gulag siberiano.

Montesquieu affermò di non avere mai avuto un dolore che un’ora di lettura non avesse dissipato. Anch’io, nel mio piccolo, pur senza volermi paragonare al grande filosofo francese, cerco le mie consolazioni nella lettura. Da adolescente, quando ero triste o col morale a terra, per cercare di risollevarmi, sceglievo un disco che facesse al caso, lo mettevo sul giradischi e lo ascoltavo a occhi chiusi, provando a consolarmi. Oggi, a qualche decennio di distanza, quando mi càpita di attraversare momenti di inquietudine, di angoscia o di rabbia, anziché poggiare un disco sullo stereo (semmai ora inserirei un CD) preferisco prendere un bel libro che si addica al mio stato d’animo e al mio umore e immergermi nella lettura. Per questo ho sempre diversi libri pronti, col proprio segnalibro infilato nell’ultima pagina letta, ciascuno adatto a ogni diversa condizione psicologica: un romanzo classico, un’opera di narrativa moderna, un saggio storico…


Non leggo quindi mai un libro alla volta, non aspetto di finire di leggerne uno prima di iniziarne un altro. Come non abbiamo mai un solo, unico, amico con cui intrattenerci in ogni circostanza, o non ascoltiamo mai una sola musica – sempre la stessa invariabilmente - così io non ho un solo libro con cui interagire. Ce ne sono sempre diversi, là sullo scaffale, che aspettano un mio cenno per parlarmi. E posso impiegare anche mesi e mesi nel leggere un libro, perché non ho paura di indugiare, di tornare indietro, di riflettere su una frase o su di un aggettivo (a volte persino su di un avverbio…) magari riformulando con parole mie per verificare di aver davvero compreso quanto l’autore voleva dire.

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Nell’epoca dei social network, dei tweet rabbiosi, dei post su Facebook spesso pieni di rancore e odio, dei messaggini e delle news buttate là senza riscontri, il libro resta un’àncora di salvataggio, un rifugio di sicurezza, di comunicazione rilassata, ponderata, tranquilla, senza fretta e senza assillo. Un libro non è un post o una notizia dell’ultimo minuto che bisogna pubblicare più in fretta possibile. E non basta un algoritmo a produrlo o a sceglierlo. Quello che è stampato in un libro deve resistere nei decenni.

Nella lettura di un libro non dobbiamo coltivare la rapidità ma piuttosto la profondità, la durata, la riflessione. Nessuna fretta di sapere tutto subito: le tecniche di lettura rapida le lasciamo ai managers, ai dirigenti d’azienda.


Nelle prime pagine della Bibbia leggiamo di Dio che punisce Adamo ed Eva per la loro presunzione di voler accedere alla conoscenza, col semplice gesto di cogliere il frutto proibito. No, la verità non la si può raggiungere così facilmente, mangiando una mela, o cliccando su di un post. La verità e la conoscenza vanno conquistate poco a poco, a fatica, con pazienza, prendendo tutto il tempo necessario.

Con pazienza. I libri sono gli insegnanti più pazienti che potremmo mai avere. Ma sono anche i consiglieri più disponibili e saggi e, perché no, gli amici più tranquilli e fedeli che potremmo trovare. La letteratura è piena di metafore e di paragoni tra l’amicizia e la lettura. Si dice che un buon libro sia il migliore degli amici: ogni volta che se ne legge uno nuovo ci si fa un nuovo amico, mentre rileggere un libro che avevamo amato è come ritrovare di nuovo un vecchio caro amico. Per molti di noi i libri sono una piacevole compagnia. Entrando in una stanza piena di libri abbiamo la sensazione che ci parlino, che ci diano il benvenuto. So che non riuscirò mai a leggere tutti i libri che ho nella mia biblioteca, ma non ne ho bisogno: con loro riesco a dialogare anche lasciandoli chiusi sugli scaffali.

I bibliofili hanno poi una venerazione particolare per il libro in quanto “oggetto”, manufatto che si può poggiare sul tavolo o mettere in tasca, ma che quando viene aperto e letto diventa un mondo intero. C’è chi si sente felice già solo annusando i libri, riempiendosi i polmoni del loro odore, sfogliandoli e facendo scorrere le dita tra le pagine.

Ma non vogliamo idolatrare, in quanto tale, né il libro né il suo contenuto. Come in ogni cosa, esistono libri belli e libri brutti ma, soprattutto, libri che possono piacerci e libri che possono non piacerci. Molto dipende dai gusti e dalla personalità di ogni individuo, come accade per quei film che vengono fortemente lodati e consigliati dagli amici ma che poi ci lasciano perplessi o sconcertati. Inoltre, dobbiamo incontrare le storie al momento giusto: ciò che ci colpisce a vent’anni non è necessariamente quello che ci colpisce a cinquanta, e viceversa. Questo è vero per i libri come per tutto il resto.

Non è quindi un sacrilegio abbandonare la lettura di un libro che abbiamo iniziato ma che non ci appassiona, non c’è motivo per cui dobbiamo per forza tormentarci e torturarci leggendo un libro che ci annoia. In un mondo dinamico e interconnesso, i libri vengono spesso erroneamente associati alla noia, e per questo molti preferiscono altro alla lettura, come chattare sui social o guardare la televisione. Anche perché viene dato per scontato che un libro vero, degno di questo nome, debba per forza costare fatica per essere letto. O che coloro che leggono e scrivono libri siano “eticamente“ superiori. Esistono anche libri divertenti, leggeri, futili e persino stupidi, ma ciò che hanno in comune è di connetterci con altri mondi, altri spazi e altri tempi dandoci il tempo di riflettere e pensare più a lungo che con un tweet o con un “like”, e al tempo stesso allenando il nostro cervello a crearsi da sé situazioni e scene che altrimenti riceve solo passivamente.


La lettura pertanto non dev’essere necessariamente seria e pesante, al contrario: a saper leggere si diventa leggeri. I buoni libri ci danno un piacere profondo, ci consigliano, discorrono e familiarizzano con noi. Tiziano Terzani disse che i libri sono i migliori compagni di viaggio: parlano quando si ha bisogno di ascoltare, tacciono quando si vuole silenzio. Ci fanno compagnia senza essere invadenti. Ci danno moltissimo, senza chiedere nulla. Meglio di qualunque vero amico in carne e ossa. Forse solo i nostri fedeli animali domestici dimostrano lo stesso affetto e la stessa discrezione che hanno i libri.

E infatti non possiamo non essere d’accordo con Groucho Marx, quando dice che “all'infuori del cane, il libro è il migliore amico dell'uomo; dentro il cane è troppo scuro per leggere”.



© Louis Petrella

Dicembre 2017

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