Intervista ad Adriana Soares

Adriana Soares è nata a Rio de Janeiro in Brasile ma vive dall’età di 11 anni a Roma, dove ha seguito gli studi linguistici. Ha lavorato nel settore della moda, prima di diventare un’artista eclettica, esprimendosi nella fotografia, nella pittura, nella poesia e nella narrativa.

Uno degli ultimi suoi libri che ho letto, “La piega del tempo”, è una raccolta di dieci storie intercalate da poesie, pause di riflessione tra un racconto e l’altro. Questi intermezzi poetici scandiscono il ritmo del libro, profondo e singolare, di Adriana.

I dieci racconti sono raccolti in due parti del libro, molto diverse tra loro.

La prima parte, che definirei buzzatiana per le sue atmosfere metafisiche e surreali, per i ritratti psicologici dei personaggi, per l’ambientazione che richiama quadri di Magritte o De Chirico, si contraddistingue per la dimensione spazio-temporale irreale e indefinita.

La seconda parte del libro è (più?) autobiografica e richiama alla mente memorie dal sapore proustiano. I racconti qui si snodano sul filo dei ricordi e della nostalgia dell’infanzia di Adriana nel suo paese natale, come le giornate al mare col suo papà scomparso troppo presto dalla sua vita. Ricordi dolci e malinconici, in cui per l’Autrice c’è coincidenza tra spazio e tempo, entrambi lontani. Un’arte malinconica dunque che porta con sé i sapori e i colori del suo paese, rinchiusi nel proprio cuore e restituiti dall’artista Adriana dopo diversi anni, rinata come artista, pittrice, fotografa, narratrice e poetessa.

Avendo avuto la fortuna di conoscere personalmente l’autrice, ho colto l’opportunità di farle alcune domande:


1. Adriana, sei passata dal mondo della moda a quello dell’arte. Cosa ti ha spinto a questo passaggio? C’è affinità tra i due mondi?

Friedrich Nietzsche affermava che “il serpente che non può cambiar pelle muore. Lo stesso accade agli spiriti ai quali s’impedisce di cambiar opinione: cessano di essere spiriti.” Lo stesso capita a me, per il benessere della mia anima sento la necessità di evolvermi. In un certo senso è simile per il mondo della moda in quanto dinamico e sempre in evoluzione, al passo con i tempi e con la società. Il più delle volte, è anche visionario.

2. Fotografa, pittrice, scrittrice. Quale di queste arti senti più “tua”? Sono allo stesso livello?

Affermo da sempre che sono ciò che creo e, di conseguenza, ogni forma d’arte espressa da me è un mezzo per raccontarmi, intrisa di ciò che sono, di ciò che faccio. Non ciò che ho intenzione di fare, ciò che ho trovato, non ciò che sto cercando. La vita non la sopravvivenza. In arte le intenzioni non sono sufficienti o ben accette, è come l’amore che deve essere provato coi fatti, non con gli argomenti o con le promesse, seppur belle e perfino poetiche che sfociano nel romanticismo, la vita è un’altra cosa. L’uomo ha bisogno anche di pane non solo di speranza.


3. L’ispirazione per ciascuna di queste arti è indipendente o segue un percorso ben definito? Ce n’è una che ispira di più le altre?

Pablo Picasso affermava che “l’arte è una bugia che fa realizzare la verità”. Per me non è del tutto così. La mia arte racconta ciò che sono, cosa ho provato, cosa c’è di vero. Il discorso cambia, se ci si racconta delle bugie. Quindi è tutto un racconto o un sogno? Siamo sinceri o i più grandi menzogneri? Tornando alla tua domanda, utilizzo un’arte rispetto ad un’altra con la stessa forza, dedizione e fine. Sono mezzi e come tali raccontano il mio stato interiore di quel momento: sono lettere dell’alfabeto.


4. Trovi che ci sia diversità nel concetto di “bellezza”, come viene inteso nel mondo della moda o in quello dell’arte?

Le più grandi menti hanno cercato di spiegare il concetto di bellezza da ogni punto di vista, da quello religioso, da quello filosofico, da quello cognitivo e persino evolutivo. Chi sono io per spiegare un concetto così alto. Però se ci pensi, l’idea di bellezza in senso classico è qualcosa di semplice, che non stona, di simmetrico ed assolutamente soggettivo. Il filosofo Hume affermava che “la bellezza sta nella mente di chi guarda”. È così, ognuno ha il suo ideale di bellezza. Quelle caratteristiche che ti portano a dire senza pensarci che una cosa ti piace, senza avere l’obbligo di spiegarne il motivo. Quindi, non esiste una differenza tra l’idea di bellezza che diverge tra il mondo della moda da quello dell’arte. Anche se il discorso sarebbe davvero lungo e sotto certi aspetti contraddittorio, perché nell’arte classica il bello era qualcosa di piacevole, soddisfacente, gradevole, equilibrato, simmetrico, tranquillizzante per certi versi. Mentre nell’arte contemporanea l’opera è bella perché è ben riuscita, ma certamente non bella nel senso tradizionale. Basta pensare ad un animale fatto a fette di D.H. Hirst.

5. Pensi che essere figlia di due culture diverse, brasiliana e italiana, abbia influito sulla tua arte e sulla tua ispirazione?

Sono in molte situazioni considerata figlia di un Dio minore, nel senso che sarò sempre considerata straniera in una terra che da trent’anni è la mia casa. Comunque, c’è da dire che mi ha sempre affascinato la letteratura latino americana con la sua magia, la sua psicologia, le sue allegorie, il realismo magico. Sono nata in una terra immersa tra i fumi del misterioso e del reale, dove l’uno sconfina e si mischia inesorabilmente con l’altro fino a confondere le idee. Un sogno si affaccia nel sogno fino a quando il risveglio è vicino ed inesorabile. Dentro di me c’è tutto questo, ma ci sono soprattutto le esperienze, gli incontri, che sono personali. Riempiono, formano, colorano, rendono fragrante ed interessante quel contenitore che mostriamo al mondo, quel tanto che basta.


6. Avrai notato il “più” che ho scritto sopra, tra parentesi, parlando del tuo libro “La piega del tempo”. Quanto c’è di autobiografico nella tua arte, pittorica, poetica o narrativa, a parte i racconti dove parli esplicitamente del tuo passato?

Il mio esercizio costante della nostalgia. In fondo ho avuto la fortuna di avere le radici aeree e, di conseguenza, i miei racconti sono l’espressione di ogni filamento di quelle radici che assorbono aria per restare vive e fresche. E l’aria che le tengono in vita e vibranti è l’esperienza, i ricordi. L’arte deve restare un mistero e tu devi sentire e non cercare spiegazioni a tutto. Cerchiamo di perderci nei colorati fumi della fantasia piuttosto che ritrovarci negli abissi di una triste verità, realtà.


7. L’essere bella è stata una fortuna?

Non vorrei essere ingrata col Padre Eterno. Molte volte sento la bellezza come un peso, visto che lotto quotidianamente contro i preconcetti. Tanto meno vorrei essere troppo pessimista come Rilke che affermava con grande convinzione che il bello è solo l’inizio di qualcosa di terribile. Non bisogna essere troppo leggeri o superficiali nel parlare o dare giudizi. La bellezza ha anche la sua polarità negativa. C’è chi si è rovinato per la bellezza. Basti pensare a Marilyn Monroe. Bisogna avere qualcosa in più per polverizzare quel pesante involucro facendo riemergere qualcosa di più profondo ed importante.

8. Dipingere è un’azione faticosa e che ruolo ha la solitudine nell’atto creativo?

Nulla può essere fatto senza la solitudine. La creo e me la impongo. Anche se molte volte risulta difficile per via del tempo, dell’esistenza degli orologi. Io non ne ho. Come diceva simpaticamente Picasso: “Avete mai visto un Santo con un orologio? Ho cercato dappertutto di trovarne uno, perfino tra i santi protettori degli orologiai”. Poi, quando dipingo, lascio il mio corpo fuori dalla stanza. Cerco di lavorare fin quando ci sarà luce ad illuminare la mia lastra metallica perché non uso tele. Una volta svanita la luce del giorno punto due proiettori sulla lastra in modo che tutto intorno sia oscurato e nascosto dalle ombre. Rimanendo in luce solo la mia immagine riflessa sulla lastra.


9. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Credi che continuerai a dividerti tra le diverse espressioni artistiche, o pensi che ne privilegerai solo qualcuna nel tempo?

Essendo ciò che creo ed avendo la necessità fisica e mentale di evolvermi, non posso risponderti su quale forma artistica privilegerò nel futuro. Di certo darò corpo a ciò che avrò da raccontare.

Continuerò il sodalizio con Banca Generali. Un rapporto iniziato nel 2017 che continua. Inoltre, è in uscita il mio primo romanzo, intitolato “Presenze invisibili a Quixada”, un thriller psicologico. Il viaggio come redenzione da un crimine non specificato contro non si sa cosa o chi.


©Louis Petrella

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