Italo-adolescenti

“Le avventure di Pinocchio”, il romanzo scritto 130 anni fa da Carlo Collodi, è stato da sempre considerato una favola di intrattenimento per ragazzi. Si trattava in realtà di una metafora del giovane popolo italiano, rappresentato con le sembianze di un burattino di legno ma coi tratti caratteristici di un adolescente ribelle, bugiardo e disubbidiente. L’adolescenza è quell’età della vita durante la quale si rifugge da ogni autorità, l’età in cui le attività più attraenti e piacevoli sono proprio quelle proibite, mentre al contrario imposizioni e solleciti “dall’alto” vengono regolarmente elusi o disattesi. Vietate a vostro figlio sedicenne di perdere troppo tempo con i videogiochi, e state pur certi che questa diverrà l’attività che lo appassionerà di più. Chiedetegli con insistenza di studiare o di impegnarsi col corso di musica, e molto probabilmente non aprirà più i libri o non toccherà più gli spartiti per un po’. Con sottili giochi psicologici, un attento genitore dovrebbe provare a proibire al figlio teenager ciò che vuole fargli fare, e viceversa imporre o consigliare vivamente le attività che vorrebbe limitare. “Basta rovinarti gli occhi con questi stupidi libri scolastici, vai a distrarti un po’ in discoteca con gli amici!”... Insomma, trasformarsi un po’ nel Gatto o nella Volpe, anziché nel Grillo Parlante. Potrebbe rivelarsi un trucco per vedere i nostri figli fare quello che vorremmo da loro, ma ci vuole molta coerenza e perseveranza, e una sintonìa perfetta tra ciò che diciamo e ciò che pensiamo. I giovani, che sono molto più furbi di quello che crediamo, scoprirebbero il trucco in breve tempo.


Trasponendo il discorso dal piano individuale al piano etnico, possiamo sostenere che il popolo italiano è un popolo (ancora) fortemente adolescente. Non solo per età (l’Italia come nazione unitaria esiste da soli 150 anni, da poco prima di Collodi) ma anche e soprattutto per comportamento. Una delle attività più eccitanti per un italiano è quella di infrangere regole e leggi.

Gli italiani sono un popolo che, proprio come un ragazzo, ha bisogno di un’autorità, ma più per criticarla e ribellarsi che per seguirla. Persino la lingua italiana a volte rispecchia questo stato mentale, questa forma di “pubertà” sociale. Il “burocratese” con cui si esprime il potere in Italia, è una forma linguistica che, come fanno a volte padri e madri coi figli adolescenti, prescrive, impartisce ordini, chiede senza farsi capire troppo, per ridurre i rischi di insubordinazione. Se dico a mia figlia “non mangiare troppi dolci” vado incontro a un sicuro rifiuto. Ma se le prospetto che “mangiando troppi dolci potrebbe ingrassare e farsi venire i brufoli, con conseguente perdita di appeal nei confronti dei ragazzi”, be’ allora potrei avere qualche possibilità di successo.

In questo senso, le altre lingue possono permettersi di essere più dirette, le società che le parlano lo consentono, avendo più il senso dell’autorità e della disciplina. Non è un caso che, sui treni, il divieto di sporgersi dai finestrini sia impartito come ordine in ogni lingua, mentre in italiano si trasforma in un suggerimento, in un consiglio:

- Niet naar buiten leunen (è un ordine!)

- Do not lean out of the window (è un ordine!)

- Ne pas se pencher au dehors (è un ordine!)

- Nicht hinauslehnen (è un ordine!)

- È pericoloso sporgersi (è un’informazione, un avvertimento. Poi, fate come volete…)


Lo scenario che più di tutti simboleggia il carattere ribelle degli italiani è la strada. Sappiamo che gli italiani al volante perdono la loro proverbiale galanteria, trasformandosi in despoti e tiranni a quattro ruote. Ma non è cattiveria, semplicemente il mondo di un italiano che guida è tutto incluso nell’abitacolo della propria auto, è un pianeta composto da sé stesso, dall’automobile e dai suoi passeggeri, in viaggio in uno spazio dove tutto il resto, ciò che è “là fuori”, non è altro che spazzatura cosmica, asteroidi e corpi estranei che disturbano il proprio moto. Chi guida è concentrato su se stesso e su quanto accade nel proprio veicolo, impegnato a discutere animatamente al cellulare o col compagno di viaggio, a voltarsi verso il sedile posteriore per menare ceffoni ai figli che litigano... Chiedergli anche di prestare attenzione alla strada e a ciò che gli si para davanti sarebbe davvero troppo; per quello c’è il clacson, che dovrebbe bastare a liberare l’orbita di viaggio. Pigiare poi il pedale del freno non se ne parla, sarebbe un’umiliazione.

Attraversare una strada, superare un incrocio, trovare un parcheggio diventano così sfide gigantesche, duelli senza regole in cui tutto è possibile. E infatti l’immagine di “far west urbano” è usata spesso e si applica perfettamente alle metropoli italiane (e non solo). Tra gli esempi di duelli urbani si annoverano i sorpassi da destra, le sgommate al semaforo, i parcheggi selvaggi: auto lasciate in varie posizioni, in ogni spazio disponibile, sul marciapiede, a bloccare l’accesso ai portoni, ai passi carrai, alle cabine telefoniche, alle strisce pedonali. Soprattutto queste ultime, le “zebre”, rappresentano un seducente invito alla sfida.


Ma come già accennato per i teenagers, anche sulla strada una trasgressione non è più eccitante e perde tutto il suo fascino se viene autorizzata, normalizzata. Riguardo alle zebre, ricordo che due anni fa mi recai in macchina a Roma con la famiglia, per mostrare la Città Eterna ai figli che non c’erano mai stati. Alla fine di via Veneto, nell’immettermi in piazza Barberini, ho notato un paio di persone ferme davanti alle strisce pedonali, impegnate nel tentativo di attraversare la strada. Io, corrotto e pervertito dai vent’anni vissuti in Belgio, mi sono fermato davanti alle zebre per farle passare. Gli increduli pedoni, confusi e disorientati, senza muovere un passo, si sono guardati tra loro con perplessità, domandandosi cosa stesse succedendo. Hanno cercato di osservarmi attraverso il parabrezza, chiedendosi chi fosse quel conducente che osava fermare il traffico per far passare qualcuno sulle strisce. Notando che io facevo loro cenno con la mano di attraversare, concedendogli così di trasgredire senza combattere, e superato il turbamento e lo sconcerto iniziali, si sono decisi finalmente a guadare via Veneto. Forse avranno capito l’arcano, quando voltandosi per guardare la mia auto che era intanto ripartita, hanno notato le cifre rosse della mia targa belga. Un veicolo alieno, dunque, un UFO estraneo allo spazio cosmico della città italiana...

A proposito di spazio, non solo la strada ma anche l’uso che si fa del territorio italiano dimostra una mentalità utilitaristica e poco lungimirante dello spazio. Una mentalità di breve termine, del “qui” e “adesso”, che ritroveremo di nuovo, più avanti. Ormai in Italia ogni temporale, ogni pioggia provoca disastri: frane, alluvioni, fiumi straripati, crolli. Sarà pur vero che col riscaldamento globale le pioggie sono più violente di una volta, ma questa non è l’unica spiegazione. In realtà il terreno non è più in grado di assorbire l’acqua che cade del cielo, semplicemente perché non c’è più terreno: asfalto, cemento, argini, fiumi interrati, disboscamenti, costruzioni di ogni tipo, hanno impermeabilizzato il suolo e dunque l’acqua, non trovando più sfogo sotterraneo, non può che continuare a scorrere in superficie travolgendo tutto quello che incontra. Tutto ciò che è stato costruito abusivamente è ancora lì, regolarizzato grazie ai “condoni” decisi dai governi per far cassa a breve termine, ignorando le conseguenze nei tempi lunghi (ormai non più tanto lunghi: li vediamo già...). Ma anche le costruzioni regolari e legali rientrano nell’ottica della speculazione edilizia. Espansioni urbane selvagge, autostrade, aree industriali, ormai si costruisce dappertutto, tranne laddove è troppo difficile costruire (come in alta montagna) o nelle aree protette come i Parchi Nazionali.


Eppure si è riusciti a costruire ville abusive persino nella Valle dei Templi di Agrigento e nel parco della via Appia Antica a Roma, in spregio al patrimonio storico della nazione. Ma questo è un capitolo dolente: come ho già avuto modo di considerare in un precedente articolo, la conservazione del patrimonio culturale non è il punto di forza dell’Italia, che spende meno dello 0,2% del bilancio dello Stato per manutenzione e restauri, meno del costo di 20 km di autostrada. L’atteggiamento superficiale verso le testimonianze storiche non è una novità degli ultimi tempi, se consideriamo che per oltre un millennio – dalla caduta dell’Impero Romano fino all’Ottocento – gli antichi siti monumentali venivano considerati come delle cave da cui attingere materiale per nuove costruzioni. Il Colosseo non è così danneggiato e malconcio per cause naturali o atmosferiche, ma semplicemente perché è stato smantellato pezzo per pezzo durante i secoli, da costruttori che necessitavano di materia prima. È già un miracolo se oggi possiamo ancora ammirare così tanti monumenti nel centro di Roma, per come sono andate le cose...

Dunque ancora oggi non è un caso se i monumenti si sgretolano per incuria, abbandonati a se stessi, o se opere d’arte vengono danneggiate o rubate (l’80% dei furti d’arte di tutta Europa vengono compiuti in Italia) per mancanza di controlli. Siamo un popolo con un’enorme ricchezza culturale e ambientale, che non è in grado di apprezzare e soprattutto valorizzare come dovrebbe. Un popolo che non dimostra il dovuto rispetto né per il passato dei suoi padri, né per il futuro dei suoi figli.


D’altronde, la bellezza e i pregi dell’Italia, il design, l’arte, la cucina, la sua stessa filosofia di vita, vanno pur bilanciati con lati negativi, come contropartita. Già così com’è, l’Italia fa parte delle potenze del G8; se fosse senza difetti sarebbe padrona incontrastata del pianeta. È una legge naturale: ogni esistenza è composta da yin e yang, da elementi contrapposti: bene-male, positivo-negativo. Allo stesso modo l’equilibrio tra vizi e virtù fanno parte naturale della vita e della cultura di ogni popolo. Gli inglesi sono organizzati, freddi, calcolatori. Ma (o forse mi verrebbe da dire “perciò”) hanno una pessima cucina e un clima orribile. Anche se i Beatles potevano attraversare Abbey Road in tutta sicurezza, sono rari gli inglesi che si godano la vita, così come lo intendiamo noi italiani.

E sono in ogni caso afflitti da terribili sensi di colpa: qualunque piacere che vada al di là di una tazza di té con latte e biscotti diventa per loro eccessivo o empio. Il clima, il cibo e il vino della nostra penisola hanno invece spostato l’asticella del godimento per un italiano, che al contrario preferisce sacrificarvi organizzazione e disciplina.

Il destino di una nazione sembrerebbe pertanto segnato dal luogo geografico in cui nasce. È sicuramente vero, ma non è la sola causa. Un notevole impatto sull’evoluzione culturale delle società l’hanno anche la loro storia politica e soprattutto religiosa. Tra Europa del nord e Europa del sud, ad esempio, la diversa visione etica tra cattolicesimo e protestantesimo ha creato una differenza enorme anche nei comportamenti quotidiani e nei rapporti tra le persone. Per un protestante una cosa è peccato perché è bella. Mentre per un cattolico una cosa è bella perché è peccato. Da qui dunque il senso di colpa di un inglese per una giornata di sole, e la soddisfazione di un italiano per un raggiro ben riuscito (vedi il Gatto e la Volpe). Il frutto proibito è attraente proprio perché proibito. Forse anche Adamo ed Eva erano italiani...


Questo si riflette anche nel rapporto tra i sessi. Lo stereotipo dell’uomo italiano è stato sempre quello del “latin lover”, anche se questa figura, almeno com’era descritta in molti film del passato, oggi in realtà non esiste più. Ma la disposizione dei latini a "conquistare" le donne è un fatto innegabile: soprattutto l'amore per il corteggiamento, con le tecniche di ironia, parlantina, complicità e voglia di giocare, rimane una delle caratteristiche più singolari del "maschio italiano". Inoltre, la differenza di approccio tra un italiano (o un latino in generale) e una persona del Nord Europa è che un nordico - all'inizio di una "storia" - pensa subito se un rapporto potrà funzionare: riflette insomma calvinisticamente sul lungo termine.

Al contrario, un italiano ha bisogno soprattutto di sentirsi accettato subito dalla donna, di sentirsi sicuro della sua capacità di legarla a sé, sul momento. Per questo deve essere simpatico, fare regali, cercare di essere il più gentile possibile: sembra una attenzione verso di "lei" ma, in realtà, è attenzione verso se stesso.

Quello italiano è dunque un popolo che ha un gran bisogno di sentirsi accettato, di vivere la propria vita “qui” e “adesso”, preferendo il Paese dei Balocchi alla scuola, senza tanti programmi a lungo termine, senza imposizioni e senza Grilli Parlanti che gli dettino la morale.

Un popolo di Pinocchi. Di italo-adolescenti.


©Louis Petrella

Dicembre 2014

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