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Pace e bene. A tutti

Aggiornamento: 29 gen

Pace e bene a tutti” era la frase con cui padre Mariano, il frate più popolare d'Italia negli anni ‘60, apriva il suo programma televisivo, “La posta di Padre Mariano”. Si rivolgeva dagli schermi della Rai agli italiani, molti dei quali ancora analfabeti all’epoca, con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti. E anche quell’augurio, quel termine “pace”, per anni, per decenni, è stato chiaro, univoco, senza generare malintesi. Il suo significato non lasciava spazio a dubbi: pace = convivenza pacifica, per l’appunto, tra persone e popoli. Nelle lingue parlate da popoli del Medio Oriente, l'arabo e l'ebraico, la parola "pace" (salam e shalom) è comunemente utilizzata come saluto quando ci si incontra, come il nostro buongiorno.

Eppure, da quando lo scorso febbraio è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, il termine “pace” ha cominciato, soprattutto in Italia, a connotarsi in modi differenti, a innescare discussioni e controversie. Al punto che si è arrivati a organizzare diverse manifestazioni di piazza di pacifisti, in conflitto tra loro. Con tutta l’assurdità dell’espressione “pacifisti in conflitto”, che abbina due concetti che dovrebbero essere agli antipodi. La pace, per definizione, non può essere conflitto, ma non è nemmeno semplicemente assenza di guerra.

Intanto, non c’è pace senza giustizia. L’idea di pace nata dopo la seconda guerra mondiale abbraccia diversi valori, tra cui il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, l'autodeterminazione, la prevalenza della legge sulla forza, la sacralità della vita. E ovviamente il rifiuto della sopraffazione, della violenza, del sopruso, la difesa dei più deboli. Concetti tenuti insieme da due parole: democrazia e libertà. La cui conquista non fu ottenuta con la resa e col disarmo unilaterale, ma richiese una strenua resistenza armata da parte dei partigiani; e anche di inglesi e americani, che sbarcarono in armi in Normandia e in Sicilia pur non essendo direttamente coinvolti nell’occupazione nazifascista in Europa e in Italia. Una parte del mondo - l'Occidente – ha riconosciuto in quei valori la propria identità e li ha tradotti in costituzioni e istituzioni, come l’Unione Europea e la NATO. Istituzioni a cui hanno aderito anche molti Paesi dell’ex Unione Sovietica e dell’ex Patto di Varsavia, non appena sono potuti fuggire dall’abbraccio russo che li aveva soffocati per troppo tempo.


Non a caso quei valori sono stati oggi violentemente calpestati proprio dall’aggressione all’Ucraina da parte della Russia. Non è chiaro come far finire quella guerra, a meno di smettere di sostenere gli ucraini, lasciando quindi che la Russia li annienti. Ma una pace che premi un aggressore e i suoi crimini non è una vera pace, è solo una resa, è solo cenere sotto cui continua ad ardere la brace. Il mantenimento della pace dipende da come viene raggiunta e, per poter trattare, due contendenti devono partecipare alla stessa “competizione”: impossibile accordarsi sulle regole tra chi gioca a scacchi e chi fa pugilato, tra chi continua a bombardare e chi si difende. Al momento il Cremlino non sembra interessato a fermare i suoi piani, come spiegò Mario Draghi quando riferì di un colloquio telefonico avuto col presidente Putin: "Gli ho detto 'la chiamo per parlare di pace', e lui mi ha detto 'non è il momento'. 'La chiamo perché vorrei un cessate il fuoco', 'non è il momento'. 'Forse i problemi li potete risolvere voi due, perché non vi parlate?', 'Non è il momento".


Rifiutarsi di appoggiare la resistenza ucraina (la “Resistenza”, quella che festeggiamo il 25 aprile...) significa attendere che Putin completi l’opera di annessione del Paese. Forse dopo pagheremo di meno per elettricità e riscaldamento, ma poi con che coraggio nel Giorno della Memoria potremo visitare il binario 21 alla stazione di Milano, fermandoci a contemplare la scritta “Indifferenza”? Schierarsi dalla parte delle vittime comporta un prezzo che c’è chi ritiene inopportuno pagare, per difendere poi un popolo lontano che forse, come certe vittime di violenza, alla fine se la sarebbe pure cercata con qualche provocazione. Ma non è necessario dipingere Zelensky come un santo o negare l'esistenza di neonazisti in Ucraina (ce ne sono anche in Russia e persino in Italia) per stare dalla parte delle vittime. La necessità di proteggere le vittime dai carnefici non deve aver nulla a che fare con le qualità morali della vittima. Non si difendono le vittime di aggressione solo quando sono irreprensibili e perfette.


Disarmare l’Ucraina equivale a destinarla alla disfatta e alla resa, senza arrivare comunque alla pace. Perché dopo Crimea, Georgia, Cecenia, anche l’Ucraina potrebbe essere solo una tappa intermedia, magari per ripristinare la vecchia Unione Sovietica.

La ritirata dei russi lascia dietro di sé cadaveri, fosse comuni, camere di tortura che dimostrano cosa significherebbe la pace di Putin. Laddove è arrivato, laddove la resistenza e le armi occidentali non sono riuscite a fermarlo, l’esercito russo ha stuprato le madri davanti ai figli, ha sparato a vecchi in bicicletta, ucciso civili sparando sulle auto o travolgendole coi carri armati, ha torturato uomini, donne e bambini. Ha bombardato obiettivi civili, fermate di autobus, stazioni, quartieri residenziali, centri commerciali, parchi giochi, scuole, ospedali, infrastrutture e centrali elettriche per assiderare e affamare il popolo ucraino.


Milioni di ucraini delle zone occupate dai russi, tra i quali decine di migliaia di bambini, sono stati deportati in Russia, perché questa “operazione speciale” di Putin prevede anche la rieducazione forzata della popolazione ucraina. In particolare bambini sottratti ai genitori per fargli imparare il russo e dimenticare la lingua e la storia della propria nazione. Nell’invasione dell’Ucraina la “liberazione“ del Donbass c’entra fino a un certo punto, visto che da anni Putin costruiva il suo progetto di genocidio. A febbraio ha infine annunciato che le truppe russe sarebbero entrate in Ucraina perché considerata uno Stato “artificiale”, dichiarando quindi guerra alla cultura, alla lingua e all’identità dell’Ucraina, di cui la Russia nega l’esistenza. Rinnegando così il referendum del 1991 in cui il popolo ucraino aveva votato per l’indipendenza da Mosca a stragrande maggioranza in tutte le province (“oblast”), incluse la Crimea e il Donbass. La sottomissione dell’Ucraina deve perciò avvenire attraverso la cancellazione e la “rieducazione” del suo popolo e la distruzione delle testimonianze della sua cultura. La denazificazione, l’obiettivo con cui Putin ha giustificato l’invasione, non significava altro che questo. Il presidente ucraino è ebreo, nel Parlamento ucraino c’era un solo deputato di estrema destra, che è stato anche espulso e il cui partito è stato sciolto. Mentre nel parlamento russo ci sono 40 deputati di estrema destra, tutti al fianco di Putin. Senza contare le radici neonaziste del gruppo Wagner, che combatte per il Cremlino.


Dicevamo che l’Ucraina potrebbe essere solo una tappa, un test di Putin per saggiare il livello di permeabilità e arrendevolezza dell’Occidente, e dall’esito di questa aggressione dipende anche il destino dell’Europa. A dire il vero, Putin ci ha già invaso da anni, influenzando la Brexit, l’elezione di Trump e quelle dei sovranisti europei, ancora oggi sta influenzando proteste popolari in Kosovo, Moldavia e altrove. Essere al fianco dell’Ucraina non è quindi solo un obbligo morale, di solidarietà e difesa di princípi comuni con chi viene aggredito nei propri confini, ma anche un’opera di prevenzione contro ulteriori volontà espansionistiche.

La metafora della NATO, che abbaia ai confini della Russia, funziona solo se la si considera come l’abbaiare di un cane da guardia che avverte dell’arrivo dei ladri. Peraltro, non possiamo paragonare la NATO alla Russia, come fanno in molti, in quanto si tratta di un'organizzazione tra Paesi alleati, che si allarga solo su richiesta dei Paesi richiedenti, con una complessa procedura. La Russia è invece uno Stato che cerca di allargarsi con le armi, invadendo i Paesi confinanti. L’allargamento della NATO viene autonomamente richiesto dagli Stati, anche perché preoccupati dalla crescente aggressività russa, come è stato per Svezia e Finlandia. I missili installati nei Paesi dell’Europa orientale non servivano a colpire la Russia ma a intercettare quelli che la Russia ha puntato contro l’Europa. Lo slogan “né Russia né NATO” trasforma in un “derby” tra russi e americani quello che è uno scontro tra democrazia e libertà da una parte e tirannia e dittatura dall’altra. Bisogna scegliere da che parte stare, non si può restare a guardare né condannare l’invasione a parole ma affermare che bisogna comunque arrendersi alla Russia perché è una potenza nucleare, e cederle quanto ha illegalmente conquistato con la violenza. Sarebbe un precedente pericoloso: smettere di sostenere l’Ucraina per evitare la guerra atomica potrebbe spingere altre potenze nucleari a invadere i vicini, visto che nessuno avrebbe più il coraggio di reagire. Peraltro la stessa Ucraina era la terza potenza nucleare mondiale e, col Memorandum di Budapest del 1994 firmato da tutte le potenze – compresa la Russia - ha ceduto a Mosca le sue testate atomiche in cambio della libertà, dell’autodeterminazione e dell’inviolabilità dei propri confini. Putin ha quindi violato quel memorandum e tradito quella firma.



Gli ucraini non stanno dunque difendendo solo il loro Paese, ma anche i nostri valori occidentali, liberali e democratici, contro l'assolutismo che vieta l'opposizione e la stampa libera, dal momento che in Russia dissidenti e giornalisti scomodi vengono arrestati, quando non uccisi. Basti ricordare alcuni nomi: Skripal, Litvinenko, Politkovskaja, Navalny... Che il popolo russo non stia tutto dalla parte di Putin e della sua guerra lo si è visto con la mobilitazione generale voluta dal presidente, che a settembre ha provocato un esodo di massa di cittadini russi, soprattutto uomini in età di leva che sono scappati dalla Russia a milioni, verso i Paesi confinanti e ancora accessibili. La Russia è probabilmente il primo e unico Stato al mondo da dove le persone sono scappate non perché invase da un altro Paese, ma perché il loro Paese ne ha invaso un altro.

In realtà, la Russia è in guerra anche con se stessa. Il tenore di vita del popolo russo è a livelli da Terzo Mondo: per capirlo basta ascoltare le intercettazioni telefoniche dei soldati russi al fronte, mentre decantano ai familiari in patria il lusso e l’abbondanza delle case ucraine appena saccheggiate. Milioni di russi non hanno in casa né riscaldamento, né servizi igienici, né acqua corrente, e un modo per distogliere l'attenzione è fare la guerra ai vicini. Soldati senza acqua corrente in casa siedono su carri armati da decine di milioni. Armamenti, corruzione e oligarchia miliardaria divorano risorse che potrebbero andare a beneficio dello stesso popolo russo, ed è quindi laggiù che un pacifista dovrebbe andare a bussare.

Perché è chiaro ormai che questa è una guerra russa, l’Ucraina non voleva la guerra, sta combattendo per resistere e per difendersi dall’aggressione di un esercito straniero che vuole occupare la sua terra. C'è un aggressore, la Russia, che ha invaso l'Ucraina e ne massacra i civili. L'esercito russo è il carnefice, la popolazione ucraina la vittima. Questa condizione asimmetrica - da una parte guerra dall’altra resistenza - rende difficile ogni azione diplomatica, perché è impossibile conciliare due obiettivi così diversi. Solo chi ha attaccato può fermare la guerra. Si è detto che se Putin si fermasse finirebbe la guerra, se l’Ucraina smettesse di resistergli finirebbe l’Ucraina e noi non avremmo la pace, ma il dilagare dell’aggressione russa nel resto d’Europa. Dunque è soltanto da Mosca che può arrivare la decisione di deporre le armi e trovare la pace. Perché, come diceva Padre Mariano, oltre alla “pace” dobbiamo augurare anche il “bene”. Ma “a tutti”.


©Louis Petrella

Dicembre 2022

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