Quella buia settimana

Mi ci volle una settimana per capire dove vivevo. Domenica sera, 2 gennaio, arrivai a Gand, dopo aver guidato tutto il giorno. Era tardi, buio, ma alla fine riuscii a giungere a destinazione, seguendo la descrizione dettagliata del mio manager. La chiave era sulla porta dell'appartamento numero 5. Questa sarebbe stata la mia casa, durante i prossimi mesi. Un appartamento buio, piccolo, ma accettabile per un breve incarico temporaneo.


Due mesi prima mi era stato chiesto di condurre un progetto importante, la creazione della cartografia digitale d’Italia per una nuova tecnologia, i sistemi di navigazione GPS. Avevo la capacità e l’esperienza per gestire il progetto, non potevo rifiutare l'offerta, ma c'era una condizione: il project management per tutta l'Europa era centralizzato presso la sede belga. Così mi sarei dovuto trasferire a Gand, due mesi di tempo per fare i bagagli. Non per sempre, solo il tempo per coprire tutte le regioni italiane con mappe digitali nel formato giusto e con tutte le informazioni sul traffico. Una squadra di topografi e cartografi, basata in Italia, mi avrebbe aiutato nel progetto. Maggiore il supporto, minore il tempo di completamento del progetto, più veloce il rientro in Italia.

Avevo sentito di italiani trasferitisi in Belgio dopo la guerra, per lavorare nelle miniere di carbone. "Io sono un intellettuale, un laureato. Non mi posso paragonare a un minatore" pensavo. "Ma sarà per un breve periodo della mia vita, per fare esperienza, per la mia futura carriera. Devo completare il progetto il prima possibile".

La prima mattina a Gand andai nel mio nuovo ufficio, un moderno edificio fuori dal centro della città. Avevo un appuntamento alle 8 col mio nuovo capo, responsabile dei progetti europei. Il cielo era ancora buio, come in piena notte. Il primo giorno passó veloce, in un'atmosfera surreale. Memorizzare le regole dell’ufficio, conoscere i nuovi colleghi. Non ero abituato a parlare inglese tutto il giorno, mi sembró cosí strano utilizzare un'altra lingua per esprimermi, per parlare dell’Italia – l'oggetto del mio lavoro – senza parlare italiano. La giornata di lavoro si concluse verso le 5. Quando lasciai l'ufficio fuori era già buio. Mi resi subito conto che la luce del giorno è così breve qui in inverno, molto più breve che in Italia.

Stesso programma per il giorno dopo, partenza da casa al mattino nel buio, rientro in serata nel buio. E così il mercoledì e il giovedì e il venerdì.

La mia seconda sera a Gand, uscii dopo il lavoro per cercare qualche negozio ed esplorare il mio quartiere. Ma non trovai negozi, solo vecchi edifici, palazzoni d’appartamenti, chiese. Tutto così monumentale, spettrale e sinistro, nell'oscurità. Nel buio non potevo nemmeno vedere com’era da fuori il palazzo dove abitavo io. Era anch’esso spettrale e lugubre come tutti gli altri edifici in quella parte della città. Al suo interno non sembrava molto meglio. Era un piccolo appartamento di due stanze dove, anche lí, l'oscurità regnava suprema. Il soggiorno aveva un angolo cottura ed un bovindo rivolto verso la strada principale. Nell'altra stanza, un letto era messo contro il muro e non c'era alcuna finestra, solo un lucernario nel tetto. Mi accorsi con grande sgomento che leggere sarebbe stata una missione difficile. Quando partii da Milano la domenica mattina avevo portato un libro con me, "Una vita" di Italo Svevo. Ma leggere non era facile, non c’era abbastanza luce. Una tortura, per un intellettuale com’ero io. Riuscii in qualche modo a leggere nel mio letto con una piccola lampada clip, fissata su una mensola. Per fortuna, si sarebbe trattato solo di un breve periodo della mia vita.


Mi era chiaro che avrei dovuto vivere intensamente al lavoro, concentrarmi quanto più possibile sul mio progetto, completarlo e tornare in Italia appena possibile. Anche perché al lavoro avevo tutti i comfort, il cibo, la luce. La casa era solo per dormire, a quanto pareva.

Dovetti aspettare il fine settimana per vedere finalmente la mia nuova città alla luce del giorno, per passeggiare nel quartiere, scoprire un piccolo supermercato non lontano da casa, guardare la facciata del mio palazzo.


Dopo un paio di mesi la prima parte del progetto era completata, tutte le mappe erano pronte, con le informazioni sul traffico disponibili per le maggiori città. Non tutte le strade dovevano essere mappate, solo le autostrade e le strade principali. Nel mese di marzo era prevista una riunione in Italia con il mio team, per chiudere ufficialmente la prima parte del progetto e avviare una nuova fase. Ero impaziente di quell'incontro, che arrivó più velocemente del previsto: la mia “full immersion” nel progetto fece trascorrere quelle settimane molto rapidamente.


Durante la prima visita in Italia dopo il trasferimento, mi sembró che molto più tempo fosse passato di quanto credessi. Innanzitutto, mi sembró strano sentire di nuovo la gente parlare italiano in strada, sull'autobus, nei negozi... Non ero più abituato a sentire la mia lingua parlata dalle persone intorno a me. Ma anche molte cose sembravano essere accadute in Italia, durante quella mia breve assenza: era il periodo elettorale, e tutto era così nuovo, così diverso: nuovi partiti politici e nuovi volti chiedevano il voto agli italiani dai manifesti elettorali. Anche la vita sociale sembrava diversa, avevo la sensazione che tutti in Italia avessero aspettato la mia partenza, per cambiare il Paese. "Mani Pulite" sembrava un ricordo lontano.

L'unica continuità fu reincontrare gli amici, gli ex-colleghi, alcuni vecchi compagni di scuola. Trovai piacevole parlare di comuni ricordi, episodi divertenti della gioventù, o ascoltare vecchie canzoni italiane. Sentii che questo era ciò che più mi mancava a Gand: qualcuno con cui condividere i miei ricordi.


La visita a Milano duró alcuni giorni, poi rientrai a Gand portando un paio di nuovi libri per il mio scaffale. La nuova fase del progetto iniziava, nuove regioni da aggiungere alla mappa. Ancora qualche mese, forse entro la fine dell'anno l'intero progetto si sarebbe potuto completare. Ma stavolta non volevo più perdere contatto con l'Italia, dovevo fare qualcosa per rimanere sintonizzato e seguire quello che succedeva, laggiù.

A Milano non avevo mai avuto un televisore in casa, preferendo trascorrere il tempo con gli amici. Ora avevo sentito che era possibile guardare la televisione italiana in Belgio. Tra l’altro, i Mondiali di calcio stavano per iniziare, una grande opportunità per seguire l’Italia più da vicino e sentirmi più italiano. Così comprai un televisore.

In estate la luce del giorno dura molto di più a queste latitudini. Alle 10 di sera è ancora possibile vedere il sole che splende all'orizzonte, quando il cielo è chiaro. Mi fu possibile dare sfogo alla mia passione di leggere. Nel frattempo, con i gol di Roberto Baggio, l’Italia andava avanti ai Mondiali. In quanto unico italiano nell’ufficio, dopo ogni partita i colleghi si congratulavano con me, come se fossi io stesso Baggio. Ció mi fece diventare più popolare, iniziai a socializzare di più; le bevute di birra belga coi colleghi divennero un'abitudine, durante le luminose serate estive.


Trascorsi le vacanze in Italia, con la famiglia e gli amici; le sensazioni erano le stesse della mia prima visita, ma questa volta attutite dall'atmosfera di vacanza.

Tornai in Belgio con "Il Deserto dei Tartari" di Buzzati per il mio scaffale. In autunno la depressione si rifece viva. L'idea di trascorrere ancora mesi bui e freddi a Gand mi mise di nuovo di cattivo umore. Il progetto era in corso, le diverse fasi si susseguirono velocemente. Si stava avvicinando la fine del progetto, e così la fine del mio soggiorno all'estero. Il ritorno in Italia era questione di settimane, entro la fine dell'anno. L’intera rete stradale italiana era pronta, tutte le autostrade mappate dalle Alpi alla Sicilia.

Due settimane prima di Natale, appena prima della consegna, mi venne comunicato che il progetto doveva essere ampliato, a causa delle nuove richieste del committente: accanto alle autostrade e alle strade principali, una rete stradale più dettagliata era ora richiesta per altre città. Questo significava rimanere ancora altri mesi a Gand. Non me l’aspettavo. La mia missione a Gand si stava trasformando nella mia "Fortezza Bastiani".


* * *

Gennaio 2012. Ho appena detto ai miei figli che sono 18 anni che vivo a Gand. Quando mi hanno chiesto perché sono venuto qui in Belgio, gli ho raccontato la mia storia.

- E cosí, il progetto non è ancora finito?!

- Sì, è finito dopo 3 anni.

- E perché non sei tornato in Italia?

- Fu una mia decisione. Ogni volta che tornavo in Italia per qualche riunione, mi sentivo sempre meno a mio agio, mentre più vivevo a Gand, più mi sentivo a casa in questa città, più legato ai colleghi, ai miei nuovi amici di qui. Adoro l’Italia e ho capito che posso amarla di più standoci fuori, posso godere della cultura e dell'arte italiana meglio cosí, come osservatore, che non vivendoci e sentendomi frustrato dal suo caos e dalla sua burocrazia. Posso tenere alta l’immagine e la reputazione dell’Italia anche e forse meglio da qui, facendo bene il mio lavoro e mostrando quanto gli italiani possano essere forti e intelligenti e sappiano fare il loro dovere, come quei minatori morti a Marcinelle. Sí, lo so, adesso sono anche più europeo, ma mi ci è voluto più di una settimana per capirlo.


©Louis Petrella, 2012

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