Silenzio, si aspetta

Al telefono una musichetta, ossessiva e ripetitiva, viene ogni tanto interrotta da una voce registrata, che mi domanda di attendere finché uno degli operatori non si libera.

Sullo schermo, una clessidra mi chiede ancora un po’ di pazienza, finché non si apre la finestra desiderata.

Per il check-in del mio prossimo volo posso pagare un supplemento per il “priority-boarding”, per evitare la fila all’imbarco.

Alla Posta, una macchinetta mi rilascia un numero con il mio posto nella coda, e mi indirizza allo sportello di competenza.

Nel frattempo non ho parlato con nessuno, solo con delle macchine. È tutto automatico, online, ormai ci identifichiamo più con “log-in” e “password” che come persone reali, con nome e cognome.


Nella società moderna sempre più utenti utilizzano servizi a cui sempre meno personale è dedicato, il che aumenta potenzialmente i tempi di attesa per i servizi stessi.

Ma, d’altra parte, cerchiamo anche di evitare sempre più attese e tempi morti, che sono visti come spreco e perdita di produttività. Dunque “priority boarding”, connessioni wi-fi superveloci, telepass per evitare code ai caselli, sale d’attesa (anzi, “VIP lounge”) in aereoporti e stazioni, con tutti i comfort per svolgere le proprie attività in attesa del treno o del volo. Le vecchie sale d’aspetto delle stazioni di una volta non esistono più, al loro posto si trovano sedili o panchine sparsi più o meno confusamente. Ma in realtà le sale d’attesa non sono sparite, sono state solo privatizzate, trasformate in salette “vip” delle varie compagnie. E così, emblematicamente, le stazioni sono diventate luoghi sempre più esclusivi, per clienti paganti e indaffarati e non più bene comune dei cittadini.

Di fatto, è il concetto stesso di “attesa” che è stato stravolto nella società moderna, e assimilato a quello di “spreco”. Qualche anno fa la Toyota sviluppò un sistema di controllo della produzione, chiamato Muda, che massimizza l’efficienza eliminando ogni spreco – sia di lavoro che di tempo – in cui il “waiting time” è ritenuto una delle categorie peggiori di “waste”.

Se nell’industria e in economia si può cercare ragionevolmente di ridurre i tempi d’attesa e la relativa perdita di efficienza, al contrario nella società, nelle interazioni umane e nelle relazioni sociali, i periodi di inattività possono risultare invece molto utili e “produttivi”.

C’è un detto che recita: “l’ozio è il padre di tutti i vizi”. Detto che viene messo in pratica da quei genitori che, per allontanare il vizio, mandano i figli alle più disparate attività di dopo-scuola: judo, calcio, danza, nuoto, chitarra, scout. Con relativa staffetta tra zaini, borse, scarpe... Da adolescente, nei pomeriggi uscivo per giocare a calcio con gli amici e oltre al fatidico “non sudare” venivo salutato da mia madre con l’immancabile “non tornare tardi”. Oggi pare che la raccomandazione sia divenuta piuttosto “non tornare presto”.

Sarà per levarseli di torno? Be’, se l’alternativa è quella di stare in casa tutto il tempo su internet e videogiochi, è meglio allora che se ne stiano fuori. Peraltro, in un suo celebre saggio, già nel 1877 Robert Louis Stevenson scriveva che l’ozio non è non fare nulla, ma piuttosto fare una quantità di cose non riconosciute dai dogmi della società dominante. L’ozio fisico, se viene usato bene a livello mentale, può diventare anche il “padre della creatività”: le prime società umane, quelle che si stanziarono e si dedicarono per prime all’agricoltura e all’allevamento, proprio grazie ad una nuova forma di ozio crearono ciò che oggi consideriamo le basi della cultura e della civiltà umana.

Prima di allora, con la caccia e la raccolta, gli uomini erano costantemente impegnati a procacciarsi il cibo per la sopravvivenza, quotidianamente, senza sosta. Ma la scoperta dell’agricoltura generò una rivoluzione nella cognizione e nell’uso del tempo. Le piante, anziché essere cercate e raccolte giorno dopo giorno, potevano essere seminate dove si voleva, bastava attenderne la crescita e la maturazione per cibarsene. Allo stesso modo, con l’allevamento del bestiame, carne, latte, uova erano a disposizione in qualunque momento, con enorme risparmio di energia rispetto alla caccia. La stanzialità che ne derivò permise anche di conservare gli alimenti in luoghi adatti, per disporne in tempi più difficili, e questo eliminò ulteriormente l’assillo della ricerca del cibo.

Fu solo allora che si poté sviluppare la civiltà, con l’uso e l’impiego dei tempi “morti” (anzi, del tempo libero) in attività precluse fino ad allora: l’invenzione della scrittura, dell’arte, la creazione di ruoli differenziati e specializzati, alcune persone dedicate alla costruzione delle abitazioni, all’immagazzinamento del cibo, altre alla difesa dalle tribù nemiche, ad onorare il culto delle divinità... I diversi mestieri, le religioni, le filosofie, le scienze, le diverse culture umane: un po’ tutte figlie dell’ozio, inteso come tempo liberato dall’assillo e dalla costrizione della ricerca quotidiana di cibo.


Questo ruolo del tempo libero non è venuto meno nemmeno oggi, se sostituiamo “ricerca del cibo” con “profitto e guadagno”. Accanto allo svago e al divertimento, pensare e riflettere – magari anche in silenzio – sono tuttora attività gravide di idee e di inventiva che ahimé oggi è sempre più difficile praticare. Se non si perde tempo, non si arriva da nessuna parte. Sempre Stevenson affermava che se un ragazzo non è in grado di imparare qualcosa dalla vita e dalla strada, allora non è in grado di imparare mai nulla. Persino Albert Einstein da adolescente trascorse un anno in Italia a bighellonare oziosamente, dopo aver abbandonato gli studi in Germania, oppresso dal rigore del liceo.

Un ozio forzato fu invece quello che permise allo storico belga Henri Pirenne (che tra l’altro fu professore a Gent) di scrivere una sontuosa Storia d’Europa, nata dai racconti che fece ai compagni di cella – senza carta e penna, solo a voce - quando fu prigioniero in Germania per due anni durante la prima guerra mondiale. Due anni, dal 1916 al 1918, spesi nell’attesa della liberazione ma non sprecati, dunque.

Oggi persino nella comunicazione si tende ad essere “produttivi”. Anziché con racconti di prigionia di due anni, oggi concetti e pensieri si esprimono coi blog, gli sms, gli smilies, gli adesivi, i post su Facebook e i tweet della durata di 140 caratteri. È vero che la brevità esiste da sempre, ne abbiamo gloriosi esempi dal passato, dalle epigrafi latine agli aforismi del Novecento (“Un pensiero che non può essere detto in poche parole non merita di essere detto”, scriveva Lacerba nel 1913). Ma la profondità e l’efficacia di quelle brevi frasi non può essere paragonata con i contenuti dei social network odierni.

I “cinguettii” di 140 caratteri sono forse il simbolo più pertinente della società moderna (verrebbe da dire “occidentale” ma purtroppo sempre più globale), un inno alla velocità che non lascia più alcuno spazio alla profondità e alla riflessione. Riflessione che può essere stimolata solo da pause, da attese, dai cosidetti “tempi morti” appunto. E necessita del silenzio per poter essere elaborata.

Oltre ai tempi morti, è proprio il silenzio che oggi sembra dar fastidio, se non addirittura spaventare. Viaggiando, per lavoro o per diletto, così come accompagnando i figli a corsi e allenamenti (ebbene sì, lo ammetto: anch’io ho mandato i figli fuori casa), mi è capitato e capita tuttora di dover aspettare, un imbarco, un volo o un treno in ritardo, la conclusione di una lezione... Fino a poco tempo fa questi erano per me tra i momenti più interessanti e più attesi, cui mi accingevo con grande entusiasmo, in quanto mi permettevano di prendere una pausa (più o meno forzata) tra le varie attività, di fermarmi a pensare, a leggere o a scrivere. Spesso infatti mi portavo quello che chiamo il “kit di sopravvivenza”, cioè un quaderno per scrivere e un libro da leggere, da sempre miei compagni di viaggio. Sale d’aspetto, treni, bar, panchine del parco, tribune della piscina o del campo sportivo: ogni luogo era buono per leggere, ovunque e comunque. Ma recentemente il terrore sociale per il silenzio e per i tempi morti ha trasformato molti di questi luoghi, pervadendoli di musica passiva. E invasiva. Ormai ovunque, persino in quelle poche sale d’aspetto rimaste di cui dicevamo (dove si immagina qualcuno possa anche voler dormire o riposare) rintronano note a volume sostenuto, spesso di musica non necessariamente prediletta o gradita da tutti gli astanti. Leggere, concentrarsi, anche solo riflettere, diventano così sovente una “mission impossible”.

Ma perché la gente ha così paura del silenzio? Per lo stesso motivo per cui ha il terrore, o l’odio, di dover aspettare?


Abbiamo parlato di silenzio, di ozio, di attesa. Ma questi concetti non hanno molto in comune tra loro. Gli italiani si dice che amino oziare, godersi la vita, fare le cose con calma, prendendosi i propri tempi, tra una chiacchierata al bar, un caffé, un bicchiere di vino. Pare poi che adorino anche il chiasso e la musica. Eppure se c’è una cosa che odiano più di tutte è aspettare: stare in coda, fare la fila. E non solo in auto. In un precedente articolo abbiamo già accennato all’idiosincrasia degli italiani per le attese in automobile: chi si infila da destra, chi sgomma allo scattare del verde, chi entra e subito esce da un’area di servizio per guadagnare pochi metri di coda in autostrada, chi addirittura entra in retromarcia dal benzinaio per fare il pieno per primo...

Il semaforo che diventa rosso è visto sempre come un dramma. Soprattutto se qualcuno ne approfitta per volerti lavare i vetri.

Nelle code c’è sempre qualcuno che tenta di recuperare spazio e tempo, cambiando corsia di continuo, a seconda di quale si muove di più. Sebbene sia empiricamente provato che a spostarsi sempre di corsia durante le code si perde più tempo e si arriva più tardi che non restando sempre nella stessa. Infatti il cambio è di solito dettato dal fatto di veder un’altra corsia muoversi più della propria. Ma anche se si è prontissimi nel cambiare di fila (e non è detto, dipende se ti lasciano passare), quei pochi attimi in cui la corsia altrui si muove prima si sommano ogni volta che ci si sposta, e alla fine quindi si arriva sempre più tardi. Bisognerebbe conoscere in anticipo quale fila si muoverà tra poco, il che è impossibile soprattutto nelle lunghe code autostradali. E anche se fosse, si dovrebbe avere lo spazio sufficiente per la manovra.

Ma pure con le file a piedi, in Italia non si scherza. Prima di scegliere in quale fila accodarsi, in un ufficio pubblico, in banca o alla Posta, o anche alle casse del supermercato, molti italiani studiano con attenzione le persone che compongono le code. Un’accurata analisi infatti permette di stabilire e valutare quanto veloce andrà ciascuna fila. Dipende dall’età, dall’espressione, se hanno gli occhiali, alla Posta poi si cerca di quantificare quanti bollettini hanno in mano da pagare, mentre al supermercato si controlla la quantità di merce ammassata nei carrelli. Ma è anche importante analizzare chi sta agli sportelli e alle casse: anziani, giovani, svegli, imbranati...

Anche per chi fa la fila a piedi, poi, non mancano tecniche per (cercare di) passare davanti o guadagnare posizioni. C’è chi, con aria indifferente e guardando altrove, passeggia di fianco per poi infilarsi all’improvviso in testa alla fila, magari sbucando da dietro una colonna; c’è chi va in cerca di qualche conoscente che sta già in coda, magari un vicino di casa con cui non parla da anni, per andarlo a salutare e guadagnare così diversi posti nella fila. Poi ci sono quelli che – con fare ingenuo – passano davanti a tutti, si avvicinano allo sportello giustificandosi con “solo una domanda!” e poi, una volta concessa la domanda, si accomodano, si allargano e si godono il successo per tutto il tempo necessario, tra il borbottìo di chi è rimasto dietro.

Ma vale davvero la pena borbottare? E, soprattutto, vale davvero la pena dannarsi e affannarsi per guadagnare un po’ di metri, qualche minuto di esistenza? Per farne cosa? Abbiamo già esposto molte ragioni a favore dell’ozio, scomodando pure Stevenson e Einstein, arrivando persino a spiegare come la civiltà umana sia sorta anche un po’ grazie ai tempi morti dell’ozio.

Ma anche i tempi dell’attesa possono fruttare, a lungo termine (sennò che attesa è?) e arricchirci più di quanto pensiamo. Proviamo a ricordare i tempi della scuola, della gioventù: che cosa richiamiamo più volentieri alla memoria, del nostro passato? Sinceramente, più che le ore di studio profondo o intenso lavoro, i miei ricordi preferiti sono di quando ho trasgredito orari e ritmi, sono i momenti in cui ho oziato, bighellonato e, certo, anche aspettato. Insomma, quando non mi sono lasciato travolgere dagli impegni, dal dovere, dall’obiettivo di un risultato a tutti i costi. Quando non sono stato assillato dal successo.

In fin dei conti, che cosa è il “successo”? Chi vive freneticamente, in costante movimento “produttivo”, incapace di stare fermo in ozio o in attesa, dimostra scarsa voglia di vivere davvero la propria vita. La capacità di stare in ozio e di pazientare implicano un forte senso d’identità personale e di autostima (“io sono io, qui e adesso, indipendentemente da ciò che faccio e da quello che posseggo”).

Non è poi così sicuro che gli affari - economici - in cui siamo impegnati siano la cosa più importante, tanto per noi stessi quanto soprattutto, per il resto del mondo. Nessuno di noi è indispensabile. Il mondo non si dispererà se aspetto un aereo senza sbrigare il mio business nella “vip lounge”, o se arrivo con mezz’ora di ritardo ad un appuntamento per colpa del traffico. E non dovrei piangerci su nemmeno io. Il passato è pieno di personaggi saggi ed eroici (artisti, scienziati, ricercatori, filantropi...) che hanno contribuito al miglioramento dell’umanità, completamente ignorati dai contemporanei, che consideravano il loro ruolo solo come ozio inutile e gratuito, e che solo in seguito la Storia ha riscattato.

Pochi giorni fa, leggevo un articolo che sosteneva che, poiché gli studi umanistici offrono meno opportunità di lavoro, i giovani farebbero meglio a indirizzarsi verso facoltà scientifiche ed economiche. Sacrosanta verità. Ma qualcuno ha contestato che, anziché dare questo suggerimento considerando scontata la priorità economica e finanziaria, si dovrebbe cercare invece di invertire la tendenza e restituire alla sfera umanistica il ruolo e il valore che le spettano. Attraverso finanziamenti pubblici, per esempio, visto che il pubblico – per definizione - dovrebbe preoccuparsi dell’interesse di tutti, paganti e no. Come le vecchie sale d’aspetto. Ai clienti paganti, invece, ci pensano già le “vip lounge” e il mercato. Quel Mercato che considera inutile tutto ciò che non produce denaro e profitto.

Purtroppo oggi niente è apprezzato se non ha un suo valore economico quantificabile. Ad esempio, chi riceve un favore non prova molta gratitudine, se quel favore non è costato fatica e disagio.

Ma allora, che cosa sono l’amore e l’amicizia? Forse ha dunque senso solo amare una persona ricca, che ci darà benessere economico, o essere amici dei potenti, per proprio tornaconto personale?

Il vero amore e la vera amicizia non hanno paura dell’ozio, sanno aspettare, sanno “perdere” tempo gratuitamente per una persona amata o per un vero amico. Ecco, forse potrei concludere affermando che la capacità di oziare e di attendere sono anche il sintomo della capacità di amare, della disponibilità e del desiderio universale verso la vita e il mondo.

Magari anche un po’ in silenzio, visto che questa dannata musichetta continua a stordirmi le orecchie al telefono, ossessiva e ripetitiva...


©Louis Petrella

Settembre 2015

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